Si sale da Sant'Ambrogio: duecento metri di dislivello, una quarantina di minuti di tornanti sotto i castagni. Sabato 12 settembre molti li hanno fatti a piedi, come un tempo, per raggiungere il Monastero benedettino di Santa Maria Assunta sopra Claro e assistere all'inaugurazione della Via Storica che vi conduce. La mulattiera, iscritta nell'Inventario federale delle vie di comunicazione storiche, è tornata percorribile dopo un restauro conservativo aperto nel 2025. Alle 9.30 la Messa presieduta da mons. Gianni Sala, delegato dell'amministratore apostolico mons. Alain de Raemy. Poi la benedizione del tracciato, gli interventi delle autorità, l'aperitivo.
Una festa che ricalca un'abitudine antica
Mons. Sala ha cominciato dal gesto stesso che si stava compiendo. «I nostri antenati facevano festa quando inauguravano il compimento di un'opera di utilità sociale: strade, ponti, scuole, ospedali», ha ricordato, e accanto ai festeggiamenti mettevano sempre «una breve benedizione o un momento più lungo di preghiera».
Il 12 settembre la Chiesa fa memoria del Santissimo Nome di Maria. Il Vangelo del giorno, con i due costruttori, ha offerto l'aggancio: una parabola di fondamenta, letta davanti a un selciato appena rimesso a posto. «La prima persona si preoccupa di porre delle fondamenta solide poi, appoggiandosi sempre su quelle fondamenta, edifica il resto. [...] È la casa sulla roccia!». L'altra «si accontenta di una base posticcia e continua il lavoro in modo approssimativo, col risultato di una struttura estremamente instabile». Da lì l'applicazione: «è necessario porre un fondamento solido, continuando poi a innalzarvi il nostro futuro», e quel fondamento «altro non può essere che la Parola del Signore Gesù».
«Sì, lui mi ama»
Per dire che la fede è un percorso, mons. Sala ha raccontato di un uomo al quale negli anni veniva posta sempre la stessa domanda. All'inizio rispondeva «Sì, credo in lui». Qualche anno dopo: «Sì, lo amo». Più avanti ancora: «Sì, lui mi ama». Un «meraviglioso cammino spirituale che auguro di compiere a me stesso e a tutti voi», ha commentato.
Il registro è rimasto quello dell'umiltà. Citato Montfort — «Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria» — mons. Sala ha osservato che Maria non ha mai dimenticato che tutto in lei è dono. Poi ha ripreso l'omelia che Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, tenne a Canale d'Agordo il 6 gennaio 1959, appena consacrato vescovo: il Signore «prende i piccoli dal fango della strada e li mette in alto, prende la gente dai campi, dalle reti del lago e ne fa degli apostoli». E ancora: «Certe cose il Signore non le vuole scrivere né sul bronzo, né sul marmo, ma addirittura nella polvere. Io sono colui che viene dai campi, io sono la povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto».
Il cordone ombelicale del Monastero
Il Monastero è il più antico del Ticino, fondato nel 1490 su uno sperone roccioso. Quella posizione ha reso il collegamento con il fondovalle una necessità quotidiana: la via serviva a portare su il necessario, a tenere i rapporti con la gente di Claro. La percorrevano anche i visitatori illustri, san Carlo Borromeo compreso.
Poi sono arrivati la strada carrozzabile e i collegamenti moderni, e la funzione pratica è venuta meno. L'acqua, intanto, lavorava contro il selciato. Gli Amici del Monastero, d'intesa con le monache, hanno affidato la progettazione all'ingegnere Angelo Pirrami, sotto la vigilanza dell'Ufficio cantonale dei beni culturali. Recuperati il fondo in pietra naturale, i tratti in terra battuta, i muretti a secco e le due cappelle votive. Hanno contribuito Cantone e Confederazione (Ufficio federale delle strade), Città di Bellinzona, Fondo svizzero per il paesaggio, le fondazioni Ernst Göhner, Hans Dietler Kottman e Cesarino e Renata Marcionelli, il Patriziato di Claro e la Parrocchia di Castione.
Il selciato è stato rimesso a posto senza cancellarne i segni: le irregolarità dei secoli restano sotto le scarpe di chi sale. Sulla roccia si costruisce, nella polvere il Signore scrive. La via è di nuovo aperta, e quaranta minuti bastano: il tempo di una salita e di una preghiera. In cima una comunità prega da cinque secoli.