di Franco Vaccari*
Si parla dei giovani. Finalmente. Dei loro disagi, delle loro rabbie, delle loro fragilità, delle esplosioni di violenza. Spero si parli anche della loro forza e della loro creatività. Si discute se comprenderli significhi giustificarli, se condannarli significhi rinunciare a incontrarli. E intanto il dibattito, come sempre, si radicalizza: chi cerca di capire viene accusato di assolvere; chi condanna la violenza e insieme cerca di comprenderne le cause viene sospettato di depistare la riflessione. Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: dove sono gli adulti? Ferruccio de Bortoli ha richiamato un punto importante: i giovani non sono una corporazione. Non costituiscono un soggetto collettivo automaticamente capace di rappresentarsi, organizzarsi e far pesare i propri interessi. Possono emergere, far sentire la propria voce, persino scuotere le coscienze. Ma faticano a trasformare questa presenza in massa critica, in una forza capace di incidere. Una difficoltà oggettiva, moltiplicata dall’accelerazione del cambiamento: un quattordicenne e un venticinquenne abitano spesso mondi lontanissimi.
Il confronto con il Sessantotto è inevitabile, anche se non va idealizzato. Allora una parte dei giovani sembrava dire agli adulti: fateci andare verso il futuro, perché è nostro e vogliamo costruirlo diversamente da voi. Oggi una parte delle nuove generazioni sembra dire qualcosa di più inquietante: ci state rubando il futuro e quello verso cui ci spingete non lo vogliamo.
Non è soltanto una differenza di linguaggio. È cambiato il rapporto con la promessa del futuro.
Alla volontà di conquistare un mondo nuovo si affianca il timore di riceverne uno già compromesso: dalle disuguaglianze alla crisi climatica, fino al ritorno della guerra come orizzonte concreto. Una guerra di cui si discute nelle sedi del potere, mentre i giovani chiedono «più scuola, meno armi» e rischiano di doverne pagare i costi umani e materiali.
Quale futuro stiamo consegnando loro?
I giovani, naturalmente, non sono tutti uguali. Ma proprio questa pluralità caleidoscopica rende ancora più urgente una domanda: quale futuro stiamo consegnando loro? E quanto siamo disposti a lasciarci interrogare da ciò che non vogliono? Parlare dei giovani, parlare sui giovani, parlare… addosso ai giovani non significa entrare in relazione con loro. Dietro ogni generazione che cresce ci sono adulti che l’hanno accompagnata, educata, ascoltata, delusa oppure ignorata. Ci sono famiglie, scuole, istituzioni, comunità. Responsabilità diverse, certo, ma nessuna può essere elusa.
Facciamo un esperimento. Un giovane entra in una riunione di partito, si trova ad ascoltare un’omelia durante una Messa, assiste a un talk show sulla politica. Che cosa vede? Sente riconoscere le proprie domande? Trova parole per esprimersi? Incontra adulti capaci di mettersi in discussione oppure assiste a un mondo che parla di lui senza rivolgersi a lui, decide per lui senza coinvolgerlo, pretende di interpretarlo senza conoscerlo? Quanta estraneità avvertirebbe? E quanto dipenderebbe dalla sua difficoltà a entrare nel mondo adulto, quanto invece dall’incapacità di quel mondo di aprirgli davvero la porta?
La fuga da questi e altri luoghi dovrebbe almeno suggerirci una domanda: perché i giovani se ne vanno, o non arrivano nemmeno? È sempre e soltanto disinteresse da parte loro? O qualche volta siamo noi adulti a non avere più niente da dire che sappia parlare alla loro vita? La distanza diventa particolarmente pericolosa quando esplode la violenza. Qui non sono possibili ambiguità: nessuno sconto sulla violenza, sulle sue manifestazioni e sulle responsabilità di chi la esercita. Ma proprio la necessità della condanna rende indispensabile comprendere. E qui si misura la qualità degli adulti di cui abbiamo bisogno. Non adulti buonisti, che giustificano tutto in nome del disagio. Non adulti manipolatori, che ascoltano i giovani soltanto per ricondurli alle risposte già decise. Non adulti che confondono l’autorevolezza con la distanza o la fermezza con la rinuncia al dialogo. Servono adulti disposti al corpo a corpo di una relazione autentica. Capaci di dire dei no, di porre limiti, di chiamare la violenza con il suo nome. Ma anche di restare quando il confronto si fa difficile, di ascoltare senza assecondare, di contestare senza umiliare, di lasciarsi interrogare senza rinunciare alla propria responsabilità educativa.
Condannare la violenza, ma pure analizzare le ragioni di chi protesta
Non si tratta di scegliere tra condanna e comprensione. Si tratta di tenerle insieme. La condanna senza comprensione rischia di essere impotente; la comprensione senza responsabilità rischia di diventare complicità. Ma siamo ancora capaci di questa fatica? Sappiamo essere autorevoli senza essere autoritari, presenti senza essere invadenti, fermi senza diventare sordi? Sappiamo attraversare un conflitto senza trasformarlo in una guerra? La domanda, allora, non è soltanto che cosa stia succedendo ai giovani. È che cosa stia succedendo agli adulti. Se siamo ancora capaci di entrare in relazione con chi ci mette in discussione, con chi non ci somiglia, con chi non accetta le risposte che abbiamo sempre dato. Cercasi adulti, dunque. Non perfetti, ma presenti. Non indulgenti, ma capaci di comprendere. Non quelli che hanno sempre una risposta, ma quelli che non scappano davanti alle domande difficili. Per comprendere davvero il fenomeno della violenza e dei conflitti generazionali, dobbiamo tenere insieme tre piani: quello etico, quello conoscitivo e quello politico. Solo una lettura integrata dei tre piani può aiutarci a capire davvero e ad agire bene.
*Avvenire
Chi è Franco Vaccari?
Franco Vaccari è uno psicologo italiano, fondatore del metodo Rondine, un approccio relazionale innovativo al tema del conflitto (inteso in senso positivo), basato sull'esperienza concreta da lui fondata di Rondine Cittadella della Pace, borgo internazionale vicino ad Arezzo dove si lavora quotidianamente per trasformare i conflitti di ogni tipologia e in ogni contesto. È docente titolare del corso “Psicologia del conflitto e della pace” presso la Pontificia Università Lateranense. È inoltre autore di pubblicazioni divulgative e scientifiche ed editorialista di Avvenire e di Toscana Oggi.