di Cristina Vonzun/catt.ch
Diversi commentatori hanno scritto che questo viaggio ha svelato un Papa. Da Algeri al Camerun, dall’Angola alla Guinea Equatoriale: undici giorni all’insegna dell’incontro. Con i cristiani d’Algeria, minoranza che opera insieme ai musulmani per la pace; con le contraddizioni di una guerra dimenticata, a Bamenda in Camerun; poi in Angola e in Guinea Equatoriale. Nessuna commiserazione per l’Africa e i suoi problemi, ma l’annuncio di un Vangelo capace di dialogare con l’umanità, con coraggio e franchezza, senza timori né fronzoli.
Leone è essenziale: dice, fa, si muove, esorta. Alza la voce quando serve. Risponde a chi lo provoca, ma non cerca polemiche. Giovedì sera, nel volo di rientro, ha aperto la conferenza stampa con un’immagine che ha fatto il giro del mondo: «Io porto con me – ha detto – la foto di un bambino musulmano che, durante la visita in Libano, mi aspettava con un cartello “Benvenuto Papa Leone”. In quest’ultima fase della guerra è stato ucciso». Si chiamava Jawad Ali Ahmad, aveva 12 anni. Era raggiante all’arrivo del Papa a Beirut, lo scorso novembre. È stato ritrovato dopo tre giorni sotto le macerie della sua casa, nel quartiere di Hayy el-Sullom, insieme al padre. Quell’immagine l’abbiamo vista tutti: uno scout sorridente, con la foto del Papa tra le mani.
Leone ha parlato anche di altri bambini: delle lettere ricevute dalle famiglie delle bambine uccise il primo giorno dei bombardamenti sull’Iran. È chiaro – lo ha fatto capire bene – che non ignora la natura del regime iraniano. Ma questa guerra, per Prevost, ha prodotto soltanto «una situazione caotica» e vittime «innocenti». È sotto gli occhi di tutti: un’avventura bellica che semina morte in Medio Oriente e alimenta una crisi che si riflette ovunque.
L’intero viaggio africano ha avuto un filo conduttore netto: pace, giustizia sociale, dialogo e collaborazione tra le religioni, non scontro né crociate. Parole pronunciate in Paesi spesso segnati da autoritarismo o da tensioni etnico-religiose. Con Leone emerge un approccio profondamente sociale della Chiesa, coerente con la sua etica, che richiama, per certi aspetti, momenti memorabili di Giovanni Paolo II e il magistero di Papa Francesco.
In Camerun ha affermato: «Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, ma è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle che lo sostengono». Poco prima, incontrando il leader al potere dal 1982, ha lanciato un monito: «Bisogna spezzare le catene della corruzione che sfigurano l’autorità, svuotandola della sua credibilità». A Luanda ha denunciato la «logica di sfruttamento» delle risorse naturali – petrolio e minerali – con i gravi danni sociali e ambientali che ne derivano. Ha poi richiamato ancora i «tiranni» e la «corruzione». In Guinea Equatoriale ha parlato di un’«economia dell’esclusione», in un Paese segnato da forti disuguaglianze, dove un’élite concentra la ricchezza lasciando la maggioranza sotto la soglia di povertà.
Nel carcere di Bata, tra i più famigerati al mondo, dove – secondo Amnesty International – i detenuti vivono in condizioni inumane, il Papa ha invocato una giustizia che punti sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Nello stesso giorno ha pregato pubblicamente per i prigionieri maltrattati.
Qual è, allora, la cifra di Leone che emerge da questo viaggio? Quella di un pastore che entra nelle ferite del mondo e le chiama per nome. Dall’Algeria alla Guinea Equatoriale, ha mostrato che la fede, per essere credibile, deve farsi parola scomoda e gesto concreto: stare accanto agli ultimi, senza smettere di interpellare i potenti.
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