Papa Leone XIV ha celebrato oggi, domenica 19 aprile, la Messa davanti a circa 100.000 fedeli nella spianata di Kilamba, sobborgo di Luanda, nel secondo giorno della sua tappa angolana — terza del viaggio apostolico africano iniziato il 13 aprile. Un incontro atteso e carico di simbolismo, in un Paese ancora segnato da quasi trent'anni di guerra civile, terminata solo nel 2002 con un bilancio di circa 500.000 vittime. Nel pomeriggio, il Pontefice si è recato al Santuario di Mamã Muxima, dove migliaia di pellegrini lo attendevano accampati da giorni sulla terra rossa.
Kilamba, la "città fantasma" che si risveglia
Kilamba è un sobborgo sui generis: costruito da multinazionali cinesi con appartamenti costosi che pochi angolani possono permettersi, è noto come la "città fantasma". Eppure oggi, all'arrivo del Papa in papamobile, quella spianata si è trasformata in un mare festoso di fedeli. Sotto un'enorme struttura semisferica allestita come altare, tra canti che mescolano la passionalità della tradizione portoghese alla sacralità africana, Leone XIV ha preso la parola con un messaggio diretto e senza ambiguità.
Il Vangelo di Emmaus come specchio dell'Angola
La liturgia della terza domenica di Pasqua offriva al Papa un testo quanto mai appropriato: i discepoli di Emmaus, delusi e scoraggiati dopo la morte di Gesù, che camminano verso casa senza più speranza. Leone XIV ha visto in quel racconto «rispecchiata la storia dell'Angola», un «Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità».
Come quei discepoli, anche gli angolani rischiano di restare «paralizzati dallo scoraggiamento», «imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza», quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dalla violenza. Ma la risposta, ha sottolineato il Pontefice, non viene da strategie umane: «Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore».
Corruzione, divisioni, futuro: parole chiare per un Paese ferito
Leone XIV non ha evitato i nodi più spinosi della realtà angolana. Con franchezza pastorale ha invocato una svolta: «Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l'odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l'hanno perduta».
Ha inoltre messo in guardia da certe derive religiose: pur rispettando le radici culturali locali, il Papa ha invitato i cattolici angolani a non mescolare con la fede «elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale», esortandoli a «fidarsi dei vostri Pastori» e a tenere lo sguardo «fisso su Gesù».
Una Chiesa che si spezza come pane
Al centro dell'omelia, anche la missione della Chiesa in Angola: non uno spettatore esterno, ma una presenza che accompagna, che «raccoglie il grido dei suoi figli» e si dona. «L'Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri», ha detto il Papa, lanciando un appello vibrante alla responsabilità comunitaria.
Le sue parole conclusive hanno risuonato come un invito alla speranza attiva: «Oggi c'è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!»
Mamã Muxima: la "Fatima" dell'Angola
Nel pomeriggio, decollato da Luanda in elicottero alle 15.53, Leone XIV ha raggiunto il Santuario di Mamã Muxima, a circa 130 chilometri dalla capitale, sulle rive del fiume Kwanza. Un luogo carico di storia e di contraddizioni: qui nel XVII secolo i colonizzatori portoghesi costruirono una fortezza e una chiesa, usata anche come avamposto per battezzare gli africani schiavizzati prima di deportarli in Brasile. Oggi è il santuario mariano più grande dell'Africa subsahariana, monumento nazionale dal 1924, meta di migliaia di pellegrini ogni anno.
Trentamila fedeli - tra canti, danze, Rosari annodati al collo e alle mani, bandiere, neonati in braccio e noccioline sgranocchiate sotto il sole - hanno accolto il Papa con una festosità travolgente. «Papa Leão décimo quarto bem-vindo à casa da mamãe», gridavano: "Benvenuto nella casa della mamma".
Leone XIV si è inginocchiato in silenzio davanti alla statua della Vergine, ha deposto fiori ai suoi piedi, e ha poi guidato la preghiera del Rosario sui Misteri gloriosi.
È l'amore che deve trionfare, non la guerra
Nel suo discorso al Santuario, il Papa ha rivolto un appello: «È l'amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti.»
Ha invitato tutti a farsi «operatori di giustizia e portatori di pace», a partire dall'esempio di Maria, che «come una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall'altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore». E si è rivolto con particolare calore ai giovani, indicando loro la basilica in costruzione nel sito - promessa del governo angolano alla Chiesa cattolica sin dalla visita di Giovanni Paolo II nel 1992 - come segno di speranza: «Anche a voi la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà.»
Una domenica che resterà nella storia
Il 19 aprile 2025 sarà ricordato in Angola come il giorno in cui il successore di Pietro è venuto a stringere le ferite di un popolo, a nominare la corruzione per nome, a chiedere giustizia, a pregare con trentamila pellegrini nella polvere rossa e nell'afa del Kwanza. Leone XIV non ha portato soluzioni politiche, ma qualcosa di più duraturo: la certezza che il Signore cammina accanto a chi è deluso e sconfitto, come camminava verso Emmaus. E l'urgenza - rivolta a ciascuno - di non restare fermi nel dolore, ma di rimettersi in cammino. «Oggi c'è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!» Un mandato che suona come un appello universale: non solo per l'Angola, ma per chiunque, stia ancora cercando la strada di casa.
fonte: agenzie/catt.ch