Da Algeri a Malabo, passando per il Camerun e l'Angola: undici giorni di immersione totale in un continente che il mondo troppo spesso guarda con gli occhi del pregiudizio o della commiserazione. Papa Leone XIV lo ha invece contemplato, ascoltato, abbracciato. E oggi, 23 aprile, lascia l'Africa a bordo dell'Airbus di ITA Airways decollato dall'aeroporto di Malabo alle 12.54 ora locale, portando con sé — parole sue — «un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità». Sei ore di volo separano ancora il Pontefice da Roma-Fiumicino, ma il viaggio più importante è già compiuto: quello dentro l'anima di un continente.
Un finale sotto la pioggia benedetta
Il cielo di Malabo non ha risparmiato acqua in questo ultimo giorno africano di Robert Francis Prevost. Eppure il diluvio tropicale che si è abbattuto sullo Stadio della capitale equatoguineana non ha spento nulla: né i canti, né le danze, né i trentamila fedeli radunati dall'alba sul manto erboso trasformato in un mare di fango colorato. Il Papa lo aveva detto già il giorno prima, visitando il carcere di Bata sotto un acquazzone simile: «La pioggia è una benedizione di Dio». E allora Dio ha benedetto fino in fondo questo terzo viaggio apostolico del pontificato, il più lungo e intenso del suo primo anno di ministero.
La Messa nello Stadio di Malabo ha chiuso un mosaico costruito mattone dopo mattone in undici tappe: Algeri, e poi le città del Camerun, dell'Angola, infine la Guinea Equatoriale con Bata e Malabo. Diciotto voli tra aerei ed elicotteri, oltre 18.000 chilometri, grandi metropoli e piccoli centri feriti dalla povertà o logorati da conflitti dimenticati. Ad accogliere il «pellegrino di pace» ovunque folla multicolore, canti, danze, capacità — propria di questi popoli — di trasformare ogni incontro in festa.
Il palco dei baobab e la Madonna che salvò il popolo
L'altare allestito per la celebrazione conclusiva raccontava già da solo la storia di questo viaggio. Una tenda bianca, la moquette rossa, fiori gialli, e alle spalle un tavolato di legno scolpito con i rilievi dei baobab e degli alberi della savana guineana. Sul palco, a vegliare su tutto, la statua della Nuestra Señora de Bisila: una Madonna dai tratti indigeni, venerata nel popolo ben prima dell'arrivo dei missionari cristiani, poi riconosciuta dalla Chiesa e proclamata patrona dell'isola di Bioko da Giovanni Paolo II nel 1986. Secondo la tradizione locale, questa figura femminile salvò l'intero popolo da un'epidemia di peste che falcidiava soprattutto i bambini. Ai lati dell'altare, incisa in più lingue, una sola frase: «Beati gli operatori di pace».
In quest'atmosfera densa di simboli, Leone XIV ha celebrato l'Eucaristia con una omelia ad ampio respiro spirituale, partendo dalla figura dell'eunuco della regina d'Etiopia incontrato dal diacono Filippo nel Vangelo di Giovanni. Un uomo colto e religioso, ma «non pienamente libero»: la sua condizione «è dolorosamente impressa sul suo corpo». È la forza del Vangelo a liberarlo, rendendolo «figlio di Dio, nostro fratello nella fede». «Schiavo e senza discendenza», ha proclamato il Papa, «quest'uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!»
L'annuncio che diventa Chiesa
Il cuore teologico dell'omelia di Malabo è un'affermazione che sintetizza l'intero spirito del viaggio: «Attraverso la nostra testimonianza, l'annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!» Leone XIV ha incoraggiato la comunità cattolica equatoguineana — e con essa tutta l'Africa cristiana — a essere «appassionati annunciatori» della Parola, come fu il diacono Filippo, affinché «la parola di Dio diventi pane buono per tutti».
Un annuncio che non ignora le fatiche del cammino. Citando Papa Francesco nella Evangelii Gaudium, il Pontefice ha messo in guardia dal rischio di «una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali». Davanti a tali chiusure, ha ricordato, «è proprio l'amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà».
Ai giovani: la cultura dello sforzo contro il successo facile
La vigilia dell'ultimo giorno aveva portato il Papa allo Stadio di Bata per un incontro con i giovani e le famiglie della Guinea Equatoriale, penultimo appuntamento pubblico del viaggio. Anche lì la pioggia aveva fatto la sua parte — e con lei l'arcobaleno, apparso sul campo poco prima dell'arrivo del Papa come un segno inatteso.
Leone XIV aveva ascoltato le testimonianze di ragazzi e ragazze: Alicia, sola nell'affrontare «la sfida del suo essere donna nel mondo del lavoro»; Francisco Martin, giovane seminarista che ha trovato gioia nel suo «fiat» alla vocazione sacerdotale; Victor Antonio, tredicenne cresciuto senza padre, voce coraggiosa sulla necessità di «accogliere la vita» con amore e responsabilità; infine la giovane coppia di Purificación e Jaime Antonio, testimoni di un matrimonio vissuto come «cammino di vero amore, che cresce nella libertà».
A questi giovani il Papa ha consegnato una sfida precisa: «Non cerchino il successo facile, ma scelgano la cultura dello sforzo, della disciplina, del lavoro ben fatto.» E ha ricordato le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Guinea Equatoriale nel 1982, esortando le nuove generazioni a essere «modelli di concordia e amore vicendevole, capaci di riconciliazione e di rispetto per ogni persona»: «Sono parole che ancora oggi guidano i nostri cuori e devono illuminare il vostro cammino.»
"Ciao Leone, l'Africa ti ama"
Al termine della Messa di Malabo, una processione di offerte ha sfilato davanti all'altare: i frutti della terra equatoguineana, la ricchezza di un continente «spesso oltraggiato dallo sfruttamento indiscriminato». Poi l'abbraccio finale: trentamila voci che cantavano e gridavano in coro, in spagnolo, francese, inglese, in bubi e annobonese. Il messaggio, al di là delle lingue, era uno solo: ciao Leone, l'Africa t'aime, loves you, te quiere.
Dalla scaletta dell'aereo, il Pontefice ha risposto con le mani giunte in benedizione e le braccia aperte — le stesse braccia aperte con cui il continente lo aveva atteso e accolto. Nel telegramma inviato al capo di Stato sorvolando la Guinea Equatoriale, ha espresso «profonda gratitudine» per «la generosa accoglienza e il calore» ricevuti, invocando per tutto il popolo unità e prosperità.
Un tesoro da portare nel mondo
«Parto dall'Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: un tesoro fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro.» Con queste parole Leone XIV ha salutato la Guinea Equatoriale e, con essa, l'intero continente africano.
Non è retorica. È il bilancio autentico di undici giorni che hanno rivelato un'Africa diversa dallo stereotipo — non solo bisognosa di aiuto, ma «dono di per sé». Un continente che, «come nei primi secoli della Chiesa, è chiamato a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano». E un Papa che, volendo fin dai primi giorni dopo l'elezione recarsi in Africa come primo viaggio internazionale, ha mantenuto la promessa: guardando questi popoli negli occhi, riconoscendo la loro dignità, amplificando la voce di chi troppo spesso non viene ascoltato.
fonte: agenzie/catt.ch