Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
no_image

Leone XIV in Africa: università, ospedali e cattedrali per un continente che ha fame di futuro

Dieci giorni di cammino in Africa per un pellegrinaggio che il Papa stesso ha definito di pace: visite a istituzioni, incontri con i poveri, celebrazioni eucaristiche davanti a folle festanti. La serata del 21 aprile e la giornata del 22 hanno restituito ai fedeli di tutto il mondo alcune delle immagini più dense di questo straordinario viaggio. Da Malabo a Mongomo, Leone XIV ha parlato all'Africa con il linguaggio che gli è proprio: quello di chi conosce la realtà e la guarda dritta in faccia, senza sconti e senza retorica.

Due alberi, una sola verità

Bandiere bianche e gialle sventolate da migliaia di mani, un busto inaugurato, un lungo viale percorso a piedi. Così il Pontefice è arrivato ieri al Campus Universitario dell'Università Nazionale della Guinea Equatoriale, nella capitale Malabo, struttura completata solo lo scorso febbraio e intitolata al suo nome. Un "gesto cortese", ha detto Leone XIV, che "va oltre la persona" e rimanda "ai valori che insieme vogliamo trasmettere".

Il discorso pronunciato in spagnolo ha preso le mosse dal logo dell'ateneo — dominato dalla ceiba, un arbusto locale — per aprirsi a una riflessione che ha spaziato dalla Bibbia all'epistemologia. Due alberi, ha spiegato il Papa, attraversano la storia dell'uomo: quello della conoscenza del bene e del male, nel Giardino dell'Eden, dove "la conoscenza cessa di essere apertura e diventa possesso; cessa di essere cammino verso la saggezza e si trasforma in orgogliosa affermazione di autosufficienza". E poi l'albero della Croce, che "ci insegna che conoscere significa aprirsi alla realtà, accoglierne il senso e custodirne il mistero".

Non si tratta, ha precisato il Papa, di sostituire la fatica intellettuale con una fede che disattiva la ragione. "Al contrario, in Cristo si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà." La fede, ha aggiunto, "purifica" la ragione dalla sua autosufficienza e la apre a una pienezza che l'intelligenza umana tende senza poterla abbracciare del tutto.

L'università si misura sulla qualità delle persone

Il monito centrale del discorso universitario è stato chiaro e controcorrente: l'efficacia di un ateneo non si misura sul numero dei laureati, né sull'estensione delle sue infrastrutture, ma sulla qualità delle persone formate che immette nella comunità. "La ceiba della Guinea Equatoriale è chiamata a dare frutti di progresso solidale, di una conoscenza che nobiliti e sviluppi l'essere umano in modo integrale. È chiamata a offrire frutti di intelligenza e rettitudine, di competenza e saggezza, di eccellenza e servizio."

A raccogliere l'appello, prima ancora che il Papa finisse di parlare, sono stati i protagonisti stessi dell'università. Il rettore Filiberto Ntutumu Nguema Nchama ha ricordato che "non sono le strutture da sole a trasformare il mondo, ma le persone formate e impegnate nel proprio sviluppo". Uno studente, Andres, ha promesso al Pontefice: "Non vogliamo solo acquisire conoscenze, ma formarci nei valori umani ed etici, rafforzare la nostra coscienza sociale." Sullo sfondo, il presidente del Consiglio per la ricerca scientifica ha lanciato un'avvertenza lucida: nell'epoca dell'intelligenza artificiale e della biotecnologia "la vera sfida sta nell'uso che facciamo" della scienza e della tecnologia. E ha indicato nella tradizione morale cristiana il "filo d'Arianna" per non perdersi nel labirinto del progresso.

Tante poesie nascoste

Dalla cattedra all'ospedale, il passo è stato breve. Nel tardo pomeriggio di ieri, Leone XIV ha visitato la clinica psichiatrica "Jean-Pierre Olié" alla periferia di Malabo, struttura dedicata — come ha detto il direttore Bechir Ben Hadj Ali — "alla cura della mente, del cuore e della dignità umana". Teste rasate, occhi spenti, sorrisi sghembi: il Papa non ha nascosto l'emozione. "Ogni volta che visito un ospedale provo due sentimenti distinti: da un lato il dolore di chi soffre, dall'altro il dolore delle famiglie che spesso non sanno come aiutare il malato."

Eppure, ha aggiunto, "prevale la gioia": la gioia di incontrarsi nel nome del Signore, la speranza di chi si prende cura dei fragili. Un assistito, Pedro Celestino Nzerem Koose, ha commosso i presenti con una testimonianza semplice e potente: "Grazie di amarci così come siamo." Il Papa gli ha risposto a braccio: "Sì, Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama veramente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non vuole che rimaniamo malati, ci vuole guarire!"

Poi, ascoltando una poesia scritta da un ex paziente, Tarcisio, Leone XIV ha allargato lo sguardo su tutto ciò che avviene tra quelle mura ogni giorno: "In un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante 'poesie' nascoste, non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente."

Fame di futuro a Mongomo

Stamane, 22 aprile, il pellegrino di pace è entrato in papamobile nella città di Mongomo, accolto da fumogeni bianchi e gialli e da migliaia di fedeli. Nella cattedrale dell'Immacolata Concezione, con le sue volte neogotiche, ha presieduto la Messa del mercoledì della terza settimana di Pasqua e benedetto la prima pietra di una nuova cattedrale. Nel momento della benedizione, ha parlato a braccio in spagnolo: "Desideriamo chiedere la benedizione del Signore su questa prima pietra che sarà utilizzata per la futura cattedrale della Città della Pace."

L'omelia ha portato al centro il tema del futuro, declinato senza ingenuità. "C'è fame di futuro, ma di un futuro che sia abitato dalla speranza, che possa generare una nuova giustizia, che possa portare frutti di pace e di fraternità. Non si tratta di un futuro ignoto da attendere passivamente, ma di un avvenire che noi, con la grazia di Dio, siamo chiamati a costruire."

Ai cristiani della Guinea Equatoriale il Papa ha chiesto di farsi "apostoli di carità e testimoni di una nuova umanità", prendendo parte allo sviluppo integrale del Paese. E ha lanciato un appello diretto a quanti detengono responsabilità politiche ed economiche: cooperare affinché le immense ricchezze naturali della Guinea Equatoriale "possano essere una benedizione per tutti", superando "le disuguaglianze tra privilegiati e svantaggiati" e garantendo condizioni dignitose anche ai carcerati, "spesso costretti a vivere in condizioni igieniche e sanitarie preoccupanti".

Una Chiesa che costruisce

A pochi passi dalla basilica, Leone XIV ha anche inaugurato la Escuela Tecnologica Papa Francesco, voluta dal presidente della Repubblica come segno che "la tecnologia sia al servizio dell'educazione, del dialogo e della pace". Un filo che lega università, ospedali e scuole: la Chiesa che costruisce, mattone dopo mattone, il tessuto di una società più giusta.

Il vescovo di Mongomo, monsignor Juan Domingo-Beka Esono Ayang, lo ha detto con le parole della Gaudium et spes: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne del nostro popolo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono pure le gioie e le speranze della Chiesa di Cristo che cammina in Guinea Equatoriale."

In queste parole si riassume il senso profondo di questo viaggio. Leone XIV è venuto in Africa a camminare con un continente che ha sete di giustizia e fame di futuro. Università e ospedali, cattedrali e scuole tecnologiche: sono i segni concreti di una speranza che non si accontenta delle parole, ma le traduce in pietre, in cure, in formazione integrale. Una civiltà dell'amore, come la chiama il Papa, che non si proclama soltanto: si costruisce, un gesto nascosto alla volta.

fonte: agenzie/catt.ch

News correlate

News più lette