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    Alla scoperta dei segreti del Cenacolo dipinto da Leonardo da Vinci a Milano

    di Cristina Uguccioni

    Lo stato interiore del Salvatore la notte prima di morire è il tema del più famoso Cenacolo della storia, quello dipinto da Leonardo da Vinci tra il 1495 e il 1497 nel refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, a Milano. A quest’opera dedica la propria riflessione, in questa conversazione, monsignor Timothy Verdon, direttore del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, già docente di storia dell’arte alla Stanford University. Per l’editore Brepols sta realizzando una serie in otto volumi, denominata ‘Reading Christian Art and Architecture’, dedicata all’interpretazione dell’arte cristiana. È da poco uscito il primo volume, “Method, Meaning, Mystery”.

    Nell’Ultima Cena Leonardo ha creato l’esempio più perfetto mai visto nell’Italia settentrionale della nuova prospettiva fiorentina. Utilizzandola, cosa è riuscito a mostrare?

    «La straordinaria costruzione prospettica indirizza l’attenzione sulla figura di Cristo rendendola il punto di incrocio dell’intero cosmo pittorico definito dalla sala: tutte le linee diagonali che guidano l’occhio in profondità portano a Cristo, che diventa il perno visivo dell’insieme. È interessante notare che tuttavia non è Cristo il punto ultimo, poiché è solo dietro a Lui, nell’aria dolce del pomeriggio, fuori dalla finestra, che le linee convergono. Ma quel punto rimane celato: cercando l’infinità, lo sguardo deve fermarsi a Cristo, come se Egli dicesse: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv, 14,9)».

    Qual è la novità e la profondità spirituale della lettura che Leonardo offre dei discepoli?

    «Da un disegno conservato a Venezia apprendiamo che in un primo tempo Leonardo aveva pensato di collocare i discepoli lungo la tavola come tante unità separate, proprio come avevano fatto altri artisti. Tuttavia, a un certo punto, da fine indagatore dell’animo umano qual era, capisce che quei dodici uomini che avevano vissuto insieme, accomunati dalla fede in Gesù, non avrebbero reagito individualmente alle parole del Maestro ma avrebbero immediatamente cercato di capire insieme cosa intendesse dire Gesù parlando di tradimento, e si sarebbero suddivisi in piccoli gruppi separati ma connessi tra loro. Leonardo quindi raffigura non dodici unità separate, ma quattro gruppi, composti ciascuno da tre uomini che interagiscono tra loro: la composizione mostra così una realtà corale e articolata che rispecchia il volto della Chiesa, nella quale ognuno ha una reazione personale ma – poiché la sequela è condivisa con altri – ci si parla, ci si confronta, si cerca luce nella interpretazione che offrono gli altri».

    Il movimento di questa composizione ha la stessa funzione delle linee prospettiche: condurre verso il centro, verso il Figlio. Cosa racconta ed esprime il Cristo dipinto da Leonardo?

    «Il pittore si è ispirato alla figura medioevale del Cristo seduto con le braccia distese in forma di croce situata nel Battistero di Firenze, l’opera più  maestosa (era alta otto metri) esistente in città a quel tempo. Leonardo riprende quella figura trasformandola nell’uomo solitario al centro della tavola che in modo disarmante apre le braccia accettando l’imminente passione; una mano si muove verso un bicchiere di vino mentre l’altra indica un pane sul tavolo: è il momento, solenne e commovente, dell’istituzione dell’Eucaristia, il dono della Sua vita offerta nel pane e nel vino. L’eloquente mitezza con cui apre le braccia e muove le mani, il nobile isolamento in mezzo ai discepoli, il capo inclinato, solcato da una sottile, eppure evidente tristezza: tutto appare fedele all’immagine che i Vangeli offrono di Gesù in quella notte: l’immagine di un uomo che si dona per amore, un uomo consapevole di andare incontro alla morte che accetta liberamente, «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e che era venuto da Dio e a Dio ritornava» (Gv 13,3), “sapendo”, “accettando”, ma soffrendo umanamente, rilassando le redini dell’emotività, come dirà un contemporaneo di Leonardo, Pico della Mirandola».

    Leonardo era uomo di fede?

    «Direi che nulla nella sua vita sembra confermarlo sebbene si possa essere portati a crederlo osservando il Cenacolo, un capolavoro assoluto capace di restituire il senso profondo di quell’ultima cena. Molti elementi della sua biografia lasciano intendere che fosse un artista poco interessato all’aspetto squisitamente religioso dei soggetti dipinti. Qualcuno allora si domanderà come abbia potuto creare opere che da secoli, con impareggiabile eloquenza, parlano a tutti di Gesù. Lo ha potuto fare perché era molto affascinato dalla psicologia umana, era estremamente sensibile al legame profondo tra i nostri gesti e i nostri pensieri, i nostri sentimenti, quelli che lui chiamava i moti della mente: questo legame era, per lui, la chiave per cogliere ed esprimere il senso dei soggetti religiosi. Era alla dimensione umana che in prima istanza si volgeva quando si preparava a raffigurare un argomento religioso.  E così è accaduto anche per l’Ultima cena: la perfezione anatomica dei corpi, ma soprattutto la fine indagine psicologica dei personaggi, dei gesti e degli atteggiamenti come espressione di sentimenti e reazioni emotive perfettamente credibili danno vita a un’opera indimenticabile, capace di toccare l’anima dei credenti ed esprimere mirabilmente un contenuto centrale e irrinunciabile della fede, l’incarnazione: il cristianesimo è fede in un Dio che, per amore della sua creatura, si è fatto uomo. Gesù è vero uomo, e vero Dio».

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