intervista di Cristina Vonzun/catt.ch
Il Testamento di san Francesco d’Assisi, scritto nel 1226, poco prima della morte del Santo, è un documento fondamentale per conoscere la sua figura, il suo percorso spirituale e la sua idea della vita francescana. Sarà proprio questo il testo che fra Mauro Jöhri commenterà il 3 settembre, alle 20, alla Madonna del Sasso, nell’ambito degli appuntamenti della novena in preparazione alla festa mariana del 2026, nell’anno in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di Francesco. Abbiamo chiesto a fra Mauro di introdurci alla lettura di questo testo così importante e, al tempo stesso, così discusso.
Fra Mauro, in che modo il Testamento ci fa conoscere san Francesco?
Il Testamento è fondamentale per conoscere Francesco ed è un testo importantissimo anche dal punto di vista storico. Pensiamo, per esempio, al medievista italiano Raoul Manselli, che nella sua biografia di san Francesco ha lavorato moltissimo proprio sul Testamento. Francesco dettò questo testo poco prima della morte, con una raccomandazione molto forte ai frati e in una situazione di una certa tensione che stava vivendo con l’Ordine. In questo accorato appello ai frati ripercorre alcune tappe fondamentali del suo cammino. Francesco inizia raccontando l’incontro con i lebbrosi, che gli ha cambiato la vita; parla poi delle «chiese povere» e di quei «sacerdoti poverelli» che, a quel tempo, erano al centro di controversie. Affronta quindi, nel contesto delle controversie teologiche dell’epoca, anche la questione della validità dei sacramenti. C’è poi quel bellissimo passaggio in cui ricorda l’arrivo dei primi frati. Dice che, con questi primi compagni, non sapeva inizialmente che cosa fare e che il Signore gli rivelò di vivere «secondo la forma del santo Vangelo». Francesco racconta di aver fatto scrivere questa forma di vita e che il Papa la confermò. A questo proposito fa riferimento all’incontro con Innocenzo III, che diede una prima approvazione alla fraternità francescana. È un passaggio importante anche alla luce del Concilio Lateranense IV del 1215, che stabilì che non si dovessero più introdurre nuove regole religiose. La vicenda francescana rappresenta, sotto questo profilo, un caso particolare e molto significativo. Poi Francesco parla del proprio lavoro e ricorda di non volere che i frati accettassero conventi che non corrispondo alle esigenze della povertà. Questo e molto altro troviamo nel Testamento. Per conoscere Francesco, dunque, il Testamento è davvero fondamentale.
Cosa può dare e dire alla fede della gente di oggi la rilettura di un testo come questo?
Prima di tutto, ci dice che la persona si costruisce nell’andare verso l’altro, verso il bisognoso: «Sei ciò che dai». Francesco scopre l’importanza di superare una vita autocentrata per un’esistenza che va verso l’altro. Un’altra cosa importante è il rapporto con l’istituzione. Il rischio, oggi, è il soggettivismo: se una cosa mi piace, allora è valida; altrimenti non lo è. Francesco, invece, non ha paura del confronto con l’istituzione: ha avuto un’intuizione e si confronta con essa. Poi c’è il valore della vita fraterna: «Il Signore mi diede dei frati». C’è quindi il fatto di vivere con delle persone non semplicemente perché le hai scelte tu, ma perché ti sono state date e ti stanno accanto. E poi c’è il significato della povertà, nel senso del «nulla di proprio», secondo il valore francescano dell’uso delle cose: le cose ci sono date per essere usate, non per essere accumulate.
Che ritratto di Francesco ci trasmette il Testamento?
Un Francesco molto determinato. Certo, si presenta come «piccolino», ma la fedeltà a quanto il Signore gli ha rivelato è per lui un dono dall’alto al quale rimane fedele. Per questo insiste moltissimo affinché anche i frati vi rimangano fedeli.
Una preoccupazione motivata…
Sappiamo, infatti, che la storia dell’interpretazione del Testamento è estremamente controversa. Quattro anni dopo, nel 1230, con la bolla Quo elongati, papa Gregorio IX chiarisce che il Testamento non ha lo stesso valore giuridico della Regola. Il Testamento non viene quindi considerato una norma vincolante allo stesso modo della Regola approvata dalla Chiesa. Nei secoli successivi, e in particolare con i Cappuccini, si assisterà a un forte recupero del Testamento come riferimento privilegiato per comprendere la volontà di Francesco e vivere più radicalmente secondo la sua forma di vita. Ci troviamo dunque davanti a un testo fondamentale, molto forte e anche molto discusso, che continua a interpellare l’Ordine francescano e la Chiesa.