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Economia circolare e sociale, a Sant'Antonino Caritas Ticino mette alla prova un modello

di Federico Anzini

Otto ore di lavori, relatori arrivati da Milano, Roma, Copenaghen e Trento, tre progetti presentati e una sala piena fino a sera. Sabato 12 settembre il Centro di ecologia integrale Laudato si' di Sant'Antonino ha ospitato «Far circolare il sociale», il convegno con cui Caritas Ticino ha messo alla prova un'idea che pratica da quarant'anni: che riuso, riparazione e riciclo possano generare lavoro per chi il lavoro fatica a trovarlo. Video integrale e dossier sono ora online (vedi sotto).

La domanda di fondo, e due atti fermi a Bellinzona

Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino, ha aperto con la domanda che teneva insieme la giornata: «quali sono le connessioni possibili tra le due economie, economia sociale, economia circolare e può essere un modello che riscrive [...] le dinamiche sui territori?». Ambizioso, ha ammesso ma aggiunge: «per meno di questo non vale la pena alzarsi al mattino».

Il quadro politico cantonale l'ha portato la presidente del Gran Consiglio Daria Lepori. In parlamento giacciono due iniziative generiche sull'economia circolare — una del 2021, una dell'agosto 2025, attribuite a commissioni diverse — e su nessuna delle due il Consiglio di Stato si è ancora espresso. Senza quella presa di posizione le commissioni non entrano nel merito. «Il tema è posto, però non è veramente trattato», ha constatato Lepori, annunciando di valutare di assumersi la relazione di uno dei due atti. Sul merito è stata netta: passare dal lineare al circolare dimenticando il sociale rischia di accentuare quella che papa Francesco chiamava cultura dello scarto, e «non è solo lo scarto materiale, ma lo scarto umano».

«L'uomo è molto più del suo bisogno»

Roby Noris, presidente di Caritas Ticino, entrato nel 1980 come operatore per l'accoglienza dei boat people vietnamiti, ha ripercorso quarantacinque anni in pochi minuti. Negli anni Ottanta si era capito, «direi controcorrente», che «il sociale era di fatto una palla al piede dell'economia»: si raccoglievano «le briciole dal tavolo dell'economia», perché il modello filantropico tiene distanti i luoghi dove la ricchezza si produce da quelli dove la usa chi ne ha bisogno.

La svolta ha un nome. «Poi l'illuminazione, il nostro Big Bang ha un nome, è il vescovo Eugenio Corecco che ci ha aperto gli occhi con l'idea che l'uomo è molto più del suo bisogno». Corecco, canonista di fama internazionale, guidò la diocesi di Lugano dal 1986 alla morte, il 1° marzo 1995. Da lui lo spostamento «dal bisogno alle risorse delle persone», e il metodo: non dare mai per scontato quello che si fa. Poi Yunus, Sen, l'enciclica Caritas in veritate diventata «un po' il nostro libretto rosso», e lo slogan applicato prima a sé che agli altri: «dalla povertà si esce solo diventando soggetti economici produttivi». Caritas Ticino si è trasformata in impresa sociale e ha smesso di fare collette. Sulla filantropia Noris non arretra: «continuerò a pensare che la filantropia è uno dei mali del nostro tempo».

Chi doveva guadagnarci di più

Mario Calderini, docente al Politecnico di Milano, collegato da remoto, ha descritto un paradosso: mai così tanti strumenti politici a sostegno dell'economia sociale, mai un clima culturale peggiore. La spiegazione, per lui, sta in un rovesciamento. Chi subisce per primo il cambiamento climatico sono i più poveri e i più esposti: tutelare l'ambiente è quindi anche un atto di giustizia sociale, e quelle persone avrebbero dovuto essere le prime sostenitrici dell'agenda verde. È accaduto l'opposto: la transizione è stata raccontata come un costo a carico dei più deboli e un beneficio per altri.

Da qui le quattro funzioni che assegna all'economia sociale: riparativa, produttiva, connettiva e — la più ambiziosa — di nutrimento dell'immaginazione. Crisi climatica, demografica, urbana sono «crisi di secondo ordine perché sono figlie di una crisi di primo ordine che è la crisi dell'immaginazione». La provocazione finale, detta «con grande pudore»: il terzo settore dovrebbe occuparsi «un po' meno di bisogni e un po' più di desideri».

Piergiuseppe Morone, dell'Unitelma Sapienza di Roma, ha portato i numeri: il 10% più ricco percepisce il 52% del reddito mondiale e detiene il 76% della ricchezza; la metà più povera dell'umanità produce l'8% e possiede il 2%. E un grafico che incrocia sviluppo umano e impronta ecologica, dove il riquadro virtuoso — alto benessere dentro i limiti del pianeta — resta vuoto: nessun Paese ci sta dentro.

Attivatori, prototipi, progetti

Simona Maschi, direttrice del Copenhagen Institute of Interaction Design, ha lavorato per esempi concreti: la bicicletta a Copenaghen, le biblioteche lasciate aperte fino a mezzanotte per scelta di fiducia, gli asili nel bosco. Il metodo è il prototipo: «Prototipiamo non per dimostrare di avere ragione, ma per imparare». E un'immagine presa dalla natura: perché un insieme di elementi diventi ecosistema servono organismi attivatori — funghi, api, formiche — che aprono le connessioni fra gli altri. «Per me Caritas Ticino e tutto quello che abbiamo visto oggi è un attivatore sul territorio».

Tre progetti hanno dato concretezza alla giornata. ReWIND, presentato dal ricercatore SUPSI Elias Montini: finanziato da Horizon Europe, 17 partner in sette Paesi, dieci imprese sociali, 4,8 milioni, robotica collaborativa e sensori per il riciclo tessile — in Svizzera si producono 50'000 tonnellate di rifiuti tessili l'anno. «La circolarità diventa davvero sociale quando il valore recuperato non è solo dai materiali, ma anche per le persone», ha concluso.

Poi RIDUCITI, progetto Interreg con la Provincia di Varese presentato da Giorgio Ghiringhelli (ARS Ambiente) e dal vicedirettore di Caritas Ticino Marco Fantoni: trenta mesi, quasi un milione di euro. Su raccolta, riciclo e smaltimento si lavora da trent'anni con risultati buoni, ha spiegato Ghiringhelli; sulla prevenzione, cioè sul produrre meno rifiuti a monte, restano solo iniziative volontarie di piccoli gruppi, senza finanziamenti né un attore responsabile. E resta la confusione di fondo: per l'uomo della strada prevenire i rifiuti coincide con il farne la raccolta differenziata. Un dato su cui il Ticino ha da insegnare: il 77% dichiara di bere l'acqua del rubinetto, contro il 50% nel Varesotto.

Anna Juda ha infine presentato l'antenna ticinese di Circular Economy Switzerland: la Svizzera oggi è circolare al 6,9%, l'obiettivo è il 12,1%.

Nel pomeriggio gli interventi di Paola Iamiceli (Euricse) e Laura Maria Ferri (Università Cattolica).

Non bastano i numeri

A chiudere, Flaviano Zandonai (Gruppo Cooperativo CGM) ha rilanciato la domanda iniziale. Negli ultimi anni, ha osservato, il terzo settore ha investito molto nel misurare i propri impatti: dati, metriche, rendicontazione sociale. Servono, ma non bastano a far cambiare le regole del gioco, perché nessuno scende in piazza per un indicatore. Citando Mark Fisher: «Se organizziamo una festa per celebrare la nostra alternativa, chi viene?». Accanto alle buone ragioni serve che quel modello risulti desiderabile, e che ottenga un'adesione vera da comunità e territori.

Il secondo punto è più concreto. Per trattare alla pari con le grandi imprese e con chi scrive le regole, l'economia sociale deve saper governare anche gli strumenti — tecnologie, piattaforme, infrastrutture — e non limitarsi a dichiarare le proprie finalità. Zandonai lo ha detto così: anche nei mezzi ci sono i fini, i mezzi non sono neutrali. L'esempio l'ha preso lì: la serra vista durante la visita all'azienda agricola di Caritas Ticino non è una serra, è un laboratorio di ricerca e sviluppo, e come tale andrebbe riconosciuta e finanziata, non sostenuta “vendendo radicchio”.

Resta quel riquadro vuoto nel grafico di Morone: alto benessere dentro i limiti del pianeta, nessun Paese dentro. Riempirlo è il lavoro, e comincia a scala piccola. Lunedì 28 settembre lo stesso Centro di Caritas Ticino ospita «Rigenerazione tra comunità e territorio», due panel a gruppi alternati per addetti ai lavori. Congedando la sala, Frisoli ha detto che quel luogo «si palesa solo quando le persone decidono di esserci», e che la strada aperta non è un'utopia astratta: «noi rilanciamo dicendo sì, si può fare!».

Per approfondire

Link al dossier di Caritas Ticino “Far circolare il sociale” (PDF)

Video integrale del convegno

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