Due pagine, dodici firme in calce, la data del 12 settembre. Il volantino lo hanno scritto insieme associazioni, cooperative e fondazioni italiane che lavorano ogni giorno con persone disabili, dopo la morte di una famiglia di Roma: il padre, la madre e la loro bambina di cinque anni, disabile, trovati senza vita il 31 agosto nell'appartamento di Pietralata, in quello che gli inquirenti trattano come un omicidio-suicidio. Nella Svizzera italiana il testo è stato ripreso e inviato a soci e amici dall'Associazione La Mongolfiera, che di quella rete fa parte. Si intitola «Il desiderio di amare».
Dodici firme e nessun giudizio
Il volantino si apre con un'ammissione di smarrimento: davanti al fatto i firmatari dicono di provare «un senso di smarrimento, di infinita tristezza, di sconfitta, di paura». Sulle ragioni del gesto si fermano — «sarebbe impossibile, irrispettoso e superficiale» — e le lasciano dove sono, «misteriose e incomprensibili». Il dito puntato in Italia contro i servizi sociali e sanitari viene raccolto senza polemica: la richiesta di prestazioni migliori, scrivono, «costituisce da tempo una giusta priorità». Poi il testo cambia direzione e pone la domanda che lo tiene in piedi: si può amare «in modo pieno, vero, incondizionato», qualunque cosa succeda? E soprattutto: un amore di quel tipo si può imparare?
Famiglie che amano sacrificandosi
La risposta che il volantino propone non è una tesi, è un'osservazione. I firmatari dicono di conoscere molte famiglie che vivono «nel silenzio la propria missione di amore» e che hanno un tratto in comune: «sono famiglie che amano sacrificandosi». Rinunciano in tutto o in parte alle vacanze, a qualche comodità, a un certo modo di fare carriera. Dentro quella condizione imperfetta, annotano, si tocca con mano una gioia che «non è magia, né autoconvinzione», ma il riconoscere che i propri figli «sono un dono, e sono amati come sono». Per arrivarci, aggiungono, «occorre fare l'esperienza di un Amore più grande che ce li ha donati». Il foglio si chiude con una preghiera per i tre morti di Pietralata.
Quello che nessun assegno copre
Il comunicato della sezione svizzera è breve e sceglie una frase sola: il vero bisogno di amore verso i figli «non si realizza attraverso la nostra forza, la nostra coerenza o intelligenza, la nostra bontà», ma domanda di incontrare «un Bene più grande». Qui la partita economica pesa meno che in Italia, e l'associazione lo riconosce. «Il Ticino è una realtà molto preparata, dove i servizi rispondono bene ai bisogni concreti», aveva detto a catt.ch in gennaio Francesco Corabi, presidente della sezione della Svizzera italiana: «ma tutto questo non basta. Oltre al sostegno, c'è il bisogno di non essere lasciati soli davanti al desiderio di infinito che non si ferma, nemmeno davanti alla disabilità più grave». Da lì viene anche il rovesciamento che l'associazione propone ai genitori — vivere con il figlio, e non in funzione del figlio: «Desideriamo che il vivere con una persona disabile sia una caratteristica della famiglia e non un limite».
Tre pomeriggi di musica, e una merenda
Nata ufficialmente nel 2024 dall'amicizia fra alcune famiglie che frequentavano l'associazione italiana, attiva dal 2011, la Mongolfiera ticinese ha sede a Pregassona e nessuna struttura. Il suo modo di lavorare si è visto nel ciclo organizzato con l'Accademia musicale Donald Swann: tre incontri fra gennaio e marzo, a Melano, Loverciano e Porza, con quattro musicisti che si sono raccontati attraverso il proprio strumento davanti a bambini e ragazzi con disabilità. Un musicoterapista faceva disegnare i suoni su grandi fogli. Alla fine, ogni volta, una merenda. Il senso di quei pomeriggi - Corabi - lo aveva riassunto così: stare insieme «aiuta le famiglie a non sentirsi soli [...] ad avere in mente un luogo e delle facce a cui è sempre possibile tornare nel momento del bisogno». Un luogo e delle facce per camminare insieme: per una famiglia che vive l’accoglienza di una persona disabile è da lì che si comincia.
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