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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (29 gennaio 2026)
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  • "La visita del Papa, un nuovo inizio per il Congo". Il commento di don Darius Solo

    Il continente africano «non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare», ma «sorriso e speranza» del pianeta. L’Africa è come un diamante, le sue facce sono numerose, riflette la luce, è preziosa. Deve esserlo anche agli occhi del mondo, le cui mani avide e bramose di potere e denaro l’hanno troppo a lungo soffocata, e dai cuori degli africani deve partire quel riscatto che metta al centro il vero sviluppo umano, «una diplomazia dell’uomo per l’uomo». È questo l’appello rivolto lo scorso 31 gennaio da papa Francesco ai congolesi e alla loro classe dirigente durante il suo 40esimo viaggio apostolico. Parole cariche di un’eloquenza che sicuramente sentiremo risuonare anche in queste ore, mentre il viaggio prosegue in Sud Sudan, Paese visitato per la prima volta da un Pontefice, e che non lasciano spazio a dubbi. L‘Africa, e il Congo in particolare, segnato dalla guerra per le materie prime, possiede tanti diamanti, nel senso vero e proprio della parola, ma i veri diamanti sono i congolesi. Diamanti insanguinati senza onore, a cui il Papa ha chiesto di ridare dignità invocando la giustizia sociale e rivolgendo alla comunità internazionale un monito chiaro: giù le mani dall'Africa e dalla Repubblica democratica del Congo. I congolesi non sono da sfruttare ma sono persone da rispettare e da promuovere, per far sì che riscoprano il loro valore di uomini e donne custoditi da Dio.

    Un messaggio al quale si è aggiunto, il giorno seguente, 1. febbraio, durante la S. Messa a Kinsasha, la rievocazione di quella pace che nella sera della Pasqua, Gesù dona ai discepoli impauriti dopo gli eventi del Venerdì santo, pronunciando le fatidiche parole: «La pace sia con voi». Un messaggio che arriva nel momento in cui tutto sembrava perduto e che dichiara che il male non può avere l'ultima parola. Anche per questo, ha ricordato il Papa, non deve prevalere la tristezza o la rassegnazione nei cuori dei congolesi. Ma come coltivare quella pace? Francesco ha indicato tre fonti: il perdono, la comunità e la missione. Non c'è pace senza fraternità perché lo Spirito di Dio ci libera dallo spirito del mondo. I congolesi, chiamati alla riconciliazione con Cristo e con i fratelli, devono diventare missionari dell'amore «folle» di Gesù.

    Credo non ci siano commenti adatti, ma solo la concretezza dei gesti può comunicare quanto queste parole fossero attese. Ero là quando il Papa è giunto a Kinsasha e la cosa che mi ha impressionato di più è il modo con cui i servizi di sicurezza non sapessero contenere la gente desiderosa di accoglierlo. Anche il discorso del Papa – un discorso forte – davanti ai politici, è stato interrotto più volte dagli applausi. Ho buoni motivi per credere che queste parole e questa visita segnino l'inizio di un nuovo cammino sia per la Chiesa in Congo che per tutto il popolo. Il tema della riconciliazione con Dio, se viene capito bene, dovrebbe aprire la strada verso un impegno per la giustizia, la pace e lo sviluppo. Un impegno per la giustizia – necessità di cui i congolesi sembrerebbero aver preso atto – che dovrebbe condurre ad abbandonare la corruzione e il tribalismo, per potere costruire un vero stato di diritto. Direi che è un momento di grazia per ogni congolese e ogni uomo di buona volontà per ripartire su queste strade nuove. Mi auguro che con l'aiuto di Dio questo messaggio si radichi nella coscienza di ciascuno e che si rafforzi l'impegno per una società dove la dignità umana diventi la forza di tutti.

    Don Darius Solo, prete per anni a servizio della diocesi di Lugano, oggi Rettore di una delle più importanti università statali del Congo, a Boma.

    Leggi anche: Don Darius Solo, già parroco in Ticino: «Dal Papa attendiamo la speranza che può far ripartire il Congo» (catt.ch)

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