Terza tappa di un viaggio che attraversa il cuore dell'Africa, l'Angola accoglie Leone XIV con il ritmo avvolgente della kizomba e con le ferite ancora aperte delle inondazioni di Benguela. Il Papa non si sottrae alla complessità del momento: alle autorità riunite nel Palazzo presidenziale di Luanda consegna un messaggio esigente, profondo e - per certi versi - scomodo.
Una preghiera prima di tutto
Prima ancora di affrontare i grandi temi politici e sociali, Leone XIV ha voluto fermare il tempo per ricordare le vittime delle devastanti piogge che la scorsa domenica hanno colpito la provincia di Benguela, causando oltre trenta morti e costringendo più di 34.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. «Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case.» Un gesto che non è semplice protocollo: è il segnale che questo Papa intende guardare la realtà in faccia, senza filtri diplomatici.
Un mosaico da proteggere
Davanti a circa quattrocento persone - autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile e della cultura - il Pontefice ha dipinto l'Angola come un «mosaico coloratissimo», un Paese ricco di umanità, culture e risorse, che però porta sul corpo cicatrici profonde. Cicatrici inferte da secoli di sfruttamento, da «prepotenti interessi» che hanno guardato a queste terre non per dare, ma per prendere.
«Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa. Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio.»
Parole che risuonano con forza particolare in un Paese che possiede immense ricchezze naturali, spesso diventate materia di contesa internazionale piuttosto che fonte di benessere per la popolazione locale.
La denuncia dell'estrattivismo
Leone XIV non usa mezzi termini nel denunciare quella che chiama «logica estrattivistica»: un modello economico predatorio che sacrifica persone, territori e futuro sull'altare del profitto immediato. «Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l'unico possibile.»
È un atto d'accusa che travalica i confini dell'Angola e dell'Africa intera: è un giudizio sul sistema globale, pronunciato da un'autorità morale che non ha interessi economici da difendere. Il Papa ricorda che il popolo angolano «possiede tesori non vendibili, né derubabili» e quella frase, nella sua semplicità, ha il peso di un manifesto politico e spirituale insieme.
Non abbiate paura del dissenso
Ma il discorso di Leone XIV non è soltanto una denuncia. È anche un'esortazione concreta ai leader del Paese, chiamati a esercitare il loro potere con responsabilità e coraggio. Il Papa li invita a credere nella «multiformità della ricchezza» angolana e, soprattutto, a non soffocare le voci critiche: «Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento.»
È un appello alla maturità democratica, alla capacità di ascoltare anche chi si oppone, senza trasformare il potere in strumento di silenziamento. «Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell'immediato qualcuno vi sarà ostile.»
Senza incontro non c'è politica
Nella parte conclusiva del discorso, il Pontefice condensa la sua visione in una serie di affermazioni che suonano come un vero e proprio manifesto: «Senza gioia non c'è rinnovamento, senza interiorità non c'è liberazione, senza incontro non c'è politica, senza l'altro non c'è giustizia.» È la grammatica della fraternità applicata alla vita pubblica, l'idea che nessun progresso autentico possa prescindere dalla relazione, dal dialogo, dall'apertura all'altro.
E alla Chiesa cattolica Leone affida un compito preciso: essere «lievito nella pasta», favorire la crescita di «un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie».
Un viaggio nel cuore dell'Africa
La tappa angolana si inserisce in un viaggio apostolico che dal 13 al 23 aprile porta Leone XIV attraverso alcune delle realtà più complesse del continente africano. Un itinerario che non è semplice visita pastorale, ma scelta simbolica e profetica: stare accanto a chi soffre, denunciare le ingiustizie, incoraggiare chi lavora per la pace e la riconciliazione. L'Angola, con la sua storia segnata dalla guerra civile e dalla corsa alle sue ricchezze naturali, è uno specchio potente delle contraddizioni del mondo contemporaneo.
Una voce che non si lascia comprare
Ciò che colpisce, ascoltando le parole di Leone XIV a Luanda, è l'assenza di diplomazia compiacente. Il Papa parla chiaro, nomina i problemi, indica le responsabilità e lo fa con quella libertà che nasce solo da chi non ha nulla da perdere se non la propria coscienza. In un'epoca in cui le voci profetiche sono rare e spesso soffocate, quella del Vescovo di Roma risuona come un appello che supera i confini religiosi e interpella ogni uomo e ogni donna di buona volontà. «Insieme, potete fare dell'Angola un progetto di speranza»: è l'ultima consegna del Papa a un popolo che, nonostante tutto, non ha smesso di sognare.
fonte: agenzie/catt.ch