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Max Laudadio: "la felicità, non un privilegio per pochi, ma una possibilità aperta a tutti"

di Chiara Gerosa

C’è un bambino che continua ad accompagnare Max Laudadio oggi, anche se non c’è più. Si chiama Niki e quando si sono conosciuti stava combattendo contro la leucemia. Senza capelli per la chemioterapia, trascorreva gran parte delle sue giornate in ospedale. Eppure, nonostante la malattia, era capace di trasmettere gioia, fiducia e speranza. «Mi ha insegnato l’importanza della vita», racconta oggi Laudadio. Un insegnamento che è andato ben oltre la sofferenza e che ha contribuito a cambiare il suo modo di guardare il mondo. Di questo e di tanto altro racconta il volto noto della televisione italiana grazie a Striscia la Notizia nella prima puntata estiva del 28 giugno di “Chiese in diretta”.

Da anni impegnato a denunciare truffe e ingiustizie, Laudadio si definisce oggi «un uomo molto fortunato». Non per il successo professionale, ma perché ha trovato una felicità che per lungo tempo aveva cercato altrove. «Se non vivi per la felicità, allora per quale motivo stai vivendo?» si chiede.

Il suo percorso è al centro del libro Il cantico delle formiche (Terra Santa Edizioni), nato nell’anno dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature di san Francesco. Davanti alla proposta di scrivere un volume ispirato al testo francescano, la prima risposta era stata un rifiuto. Poi qualcosa è cambiato. Rileggendo i versi del Cantico, Laudadio ha iniziato a collegarli agli episodi della propria vita, alle persone incontrate, alle esperienze che lo hanno trasformato. Da qui nasce un racconto che intreccia memoria personale e riflessione spirituale. Le formiche del titolo rappresentano una delle convinzioni maturate negli anni: da soli si è fragili, insieme si può costruire qualcosa di grande. La comunità, l’amicizia e le relazioni diventano così elementi fondamentali di una vita piena. Una convinzione rafforzata anche dal lavoro svolto per anni accanto a persone ferite da soprusi, inganni e difficoltà quotidiane. Entrando nelle loro case e ascoltando le loro storie, Laudadio ha toccato con mano quanto sia facile cedere alla scorciatoia della disonestà e quanto sia invece impegnativo scegliere la strada della correttezza. «Con la disonestà si ottiene tutto più facilmente», osserva. «Ma poi non si è felici».

Nel suo racconto c’è spazio anche per la fragilità. Senza nascondere errori e limiti, ammette di essere stato «un pirla come tanti». Anzi, sostiene che chi si considera invulnerabile spesso indossa soltanto una maschera. Riconoscere la propria debolezza è invece il primo passo per crescere e per lasciarsi cambiare.

In questo cammino un posto centrale è occupato dalla fede. Una fede che, racconta, non ha cercato deliberatamente. «È arrivata come un innamoramento». Qualcosa di difficile da spiegare razionalmente ma capace di modificare il modo di vivere le relazioni, il lavoro e perfino il rapporto con se stessi. “Essere credenti non significa scegliere la via più facile”. Al contrario, richiede impegno, rinunce e un continuo confronto con il Vangelo. Eppure è proprio lì che ha trovato un senso di pienezza che prima non conosceva.

Ma è tornando a Niki che il suo racconto raggiunge il punto più intenso. Per anni gli è rimasto accanto, condividendo con lui giornate in ospedale, giochi e confidenze. Quel bambino, pur consapevole della gravità della propria situazione, non aveva paura della morte. La sua fede era semplice e incrollabile. «Mi ha fatto capire che conta la qualità del tempo che viviamo, non la sua quantità», ricorda Laudadio. Oggi porta tatuate sul braccio tre parole: responsabilità, misericordia e allegria. Tre parole che riassumono un’esperienza umana e spirituale ancora in cammino. E forse anche il messaggio che desidera lasciare a chi lo ascolta: la felicità non è un privilegio riservato a pochi fortunati. È una possibilità aperta a tutti, da cercare ogni giorno nelle relazioni, nella gratitudine e nella capacità di guardare oltre sé stessi.

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