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no_image COMMENTO

L'"Odissea" di Nolan: la Regola d'oro è la misura del vero Eroe

di Cristina Vonzun

L’Odissea messa in scena da Christopher Nolan, nella sua personale rilettura del poema di Omero, sta registrando cifre record nei cinema svizzeri e ticinesi. Un film che presenta chiaramente delle discrepanze con il testo di Omero, ma che va visto per la profondità del messaggio. «Qual è l’Ulisse che vi si incontra?»: un uomo in crisi in un mondo in crisi, un personaggio che riflette sul tempo che sta vivendo, l’assurdità e la violenza della guerra con le sue conseguenze di morte e sofferenza che si perpetuano per generazioni, la crisi della sua civiltà, in un crescendo di presa di consapevolezza.

Nel celebre canto XXVI dell’Inferno l’Ulisse dantesco esorta i suoi compagni con queste parole: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza».

È stato osservato da altri commentatori che questo – più dell’Ulisse omerico – è  il personaggio che Nolan racconta. Vi sono tagli evidenti rispetto al testo classico, dialoghi che forse sarebbe stato meglio mantenere.  Nel film si incontra l’Ulisse più uomo che eroe, tormentato dal passato, dall’aver dovuto seguire Agamennone nella guerra, dall’invenzione del cavallo che ha consentito di conquistare con l’inganno Troia e dalle conseguenze sanguinarie di quell’idea.

C’è l’incontro con il tema religioso, non tanto quello degli abbondanti e inevitabili riferimenti alla mitologia greca, bensì il continuo evocare la «legge di Zeus», cioè la regola d’oro ricordata anche nel Vangelo, patrimonio di tutte le religioni: «Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te».

Questa regola è il metro di confronto che il film propone all’agire dei suoi protagonisti. Ecco  quindi Agamennone che la viola, facendo guerra a Troia non per riscattare l’onore del fratello Menelao tradito da Elena, ma per una questione di potere e di ricchezza. Ulisse, costretto a seguirlo, a sua volta viola la legge di Zeus quando inventa l’inganno del cavallo di Troia. Ma se Agamennone dà ordini per una guerra nella quale cerca solo profitti e ricchezza e gli altri obbediscono, Ulisse pensa. Pensa e quel pensiero «libero» cresce – anche attraverso una serie di suoi errori – portandolo lentamente a rifiutare il suo stesso modo di agire e le sue stesse scelte.

Viene in mente la riflessione di una filosofa contemporanea, Hannah Arendt quando sostiene che il male prospera se gli uomini smettono di interrogarsi sul significato delle proprie azioni e si lasciano guidare dalla logica del potere.

L’Ulisse di Nolan, invece, torna a pensare, a dubitare, a fare i conti con le proprie colpe. Pertanto questa narrazione cinematografica del suo viaggio parla molto al nostro tempo. La domanda che fa sorgere  è come si salva la propria umanità dopo averla combattuta per lungo tempo, dopo aver assecondato il potere, aver violato la legge di Zeus, aver ingannato il diritto e gli altri. Ulisse, alla fine del film, dà una risposta a questa domanda scegliendo l’esilio da Itaca insieme a Penelope, per un viaggio definito di «espiazione» – nel senso di «pentimento», mossi dal «desiderio di ripartire» verso un orizzonte diverso rispetto al mondo che si lasciano alle spalle. Espiazione e ripartenza: il passaggio dalla banalità del male – per riprendere ancora la Arendt – alla presa di coscienza della «non» banalità del male e del bisogno di chiedere perdono per ricominciare in modo diverso, più umano e non «da bruti».

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