di Cristina Vonzun/catt.ch e catholica/cdt
«C’è un malessere generale, sempre più diffuso nella società», dice al telefono il frate cappuccino ticinese, cappellano all’ospedale di Faido, in reazione al femminicidio di giovedì l’altro. C’è un indiscutibile filo rosso che attraversa la nostra società. Lo ritroviamo nelle liti tra vicini che finiscono male o non finiscono mai, negli insulti che ogni giorno scorrono sui social, nell’aggressività sulle strade, nella crescente incapacità di accettare un’opinione diversa dalla propria. E lo ritroviamo nei femminicidi che in Svizzera registrano cifre preoccupanti. Tre in Ticino dall’inizio del 2026. Sarebbe sbagliato sostenere che esista un rapporto diretto di causa ed effetto tra questa rabbia diffusa e i femminicidi. Ma potrebbe essere altrettanto miope considerarli fenomeni completamente isolati. Ci aiutano a capire una correlazione possibile – tra altri – due filosofi contemporanei: il sudcoreano Byung-Chul Han e la statunitense Martha Nussbaum. Entrambi ci parlano di una società che sembra aver smarrito il senso del limite, della relazione e del riconoscimento reciproco. Han descrive il nostro tempo come un’epoca in cui la violenza si è semplicemente trasformata in fenomeno quotidiano, diffuso, spesso invisibile, che nasce dall’individualismo, dalla competizione permanente e dall’incapacità di confrontarsi con l’altro senza viverlo come una minaccia. Secondo Han, stiamo progressivamente perdendo familiarità con l’alterità. Quando la relazione diventa un rapporto di possesso anziché di riconoscimento, il conflitto smette di essere un momento fisiologico della convivenza e diventa uno scontro. A questo Han aggiunge un dato rilevante: l’aumento dell’angoscia personale e sociale. L’angoscia - esasperata anche dai social - porta ad eliminare una prospettiva di apertura alla vita perchè acceca, toglie la bellezza, allontana dallo sguardo il bene come orizzonte di incontro con la realtà, l’altro e il bene dell’altro. In sintesi, scrive Han, l’angoscia spegne la speranza. È l’angoscia della prestazione, del tempo, del giudizio altrui (...). Martha Nussbaum, in un suo studio dedicato alla rabbia e al perdono, osserva che la rabbia diventa pericolosa quando si trasforma nella pretesa di ristabilire un controllo perduto o di punire chi viene ritenuto responsabile della propria sofferenza. La rabbia, lasciata senza elaborazione, può alimentare il desiderio di dominio più che la ricerca di una soluzione. Quel malessere crescente di cui parlava il cappellano dell’ospedale di Faido non è quindi una categoria sociologica né un alibi per spiegare l’inspiegabile. È piuttosto un invito a guardare con maggiore onestà al clima in cui viviamo. Una società nella quale cresce l’incapacità di sostenere il conflitto, di accettare il limite e di riconoscere l’altro come persona è una società che si impoverisce, prima ancora che diventi più violenta. I femminicidi non sono la semplice conseguenza di questo clima, ma ci interrogano anche su di esso. Trovano particolare riscontro le parole di mons. de Raemy, raccolte dalla nostra redazione (vedi sotto): «Occorre vigilare per permettere alle persone di esprimere i propri sentimenti. Per questo motivo, invito tutti a rimanere aperti all’incontro e al dialogo, affinché chi vive una sofferenza possa trovare qualcuno a cui affidarsi e con cui parlare». Questo è il primo passo da cui partire per curare la qualità della convivenza e non perdere la speranza.
Libri per approfondire il pensiero degli autori citati
Martha Nussbaum, Rabbia e perdono. La generosità come giustizia. Ed Il Mulino
Byung-Chul Han, Eros in agonia, edizioni Nottetempo, 2019; dello stesso autore: Tipologia della violenza, edizioni Nottetempo, 2020; Contro la società dell’angoscia: speranza e rivoluzione, Einaudi, 2025