A cento anni da quando un vescovo cattolico celebrò per la prima volta la Messa alle Svalbard, i cattolici si sono riuniti a Longyearbyen, la città più popolosa delle isole, per rendere grazie per un secolo di presenza cattolica e di cura pastorale in una delle regioni abitate più settentrionali del mondo. Monsignor Erik Varden, vescovo di Trondheim e amministratore apostolico di Tromsø, ha presieduto la Messa nella chiesa di Svalbard, concelebrando insieme a padre Andrzej Kosciukiewicz, parroco della chiesa di Nostra Signora a Tromsø, padre Rafal Ockojski, delegato locale della Prelatura territoriale di Tromsø, e rappresentanti della Caritas e della comunità cattolica di Tromsø. Hanno partecipato anche rappresentanti della Chiesa luterana di Norvegia, conferendo alla celebrazione un forte carattere ecumenico.
Le Svalbard e la vulnerabilità umana
Nell’omelia, il vescovo Varden ha preso spunto dall’aspro paesaggio e dalla storia delle Svalbard per riflettere sulla concezione cristiana della vulnerabilità umana. Ha ricordato quanto dovesse essere diverso arrivare alle Svalbard un secolo fa, dopo un faticoso viaggio per mare, sapendo che circa 900 chilometri di acque gelide separavano l’arcipelago dalla Norvegia continentale. Oggi, ha osservato sorridendo, i visitatori arrivano comodamente in aereo e, una volta atterrati, hanno il 5G sui loro telefoni. «Tutto ciò che ci distrae altrove ci segue anche qui», ha detto. Il vescovo ha ricordato poi un racconto dell’esploratore norvegese ed ex governatore delle Svalbard Helge Ingstad, che negli anni Trenta visitò un cacciatore che aveva trascorso un lungo periodo isolato nella natura selvaggia dell’Artico. L’uomo stava bene fisicamente, ma era stato profondamente segnato dall’isolamento. Quando finalmente comparvero altre persone, scrisse Ingstad, la loro presenza suscitò in lui «qualcosa di più di una gioia inquieta». «Non siamo forse tutti, in larga misura, predisposti a una vita di solitudine, - ha affermato il vescovo Varde - rassegnati davanti all’oscurità e alla tempesta fuori dalla porta, che teniamo chiusa?». «E tuttavia, non desideriamo forse che qualcuno venga a bussare?»
«Ciò di cui abbiamo bisogno è un sano senso della realtà»
Varden ha paragonato la natura selvaggia dell’Artico al deserto cercato dai primi monaci cristiani. Essi si ritiravano nella solitudine non perché disprezzassero l’umanità, ha spiegato, ma per liberarsi dalle illusioni e incontrare se stessi nella verità davanti a Dio. «Incontrare se stessi significa trovarsi faccia a faccia con la propria vulnerabilità». La società moderna, ha proseguito, ha spesso cercato di eliminare la vulnerabilità attraverso la fiducia nel progresso tecnologico e nella capacità dell’uomo di controllare la realtà. Eppure oggi l’umanità vive un nuovo grado di incertezza. «Ciò di cui abbiamo bisogno non è più fantasia virtuale; ciò di cui abbiamo bisogno è un sano senso della realtà». Le stesse Svalbard possono insegnare questo realismo, ha affermato, indicando i cambiamenti dell’ambiente e lo scioglimento dei ghiacci. «Se spegniamo l’iPhone, le Svalbard ci insegnano molte cose essenziali». L’immenso paesaggio artico ricorda inoltre all’uomo la propria piccolezza davanti alla creazione e a Dio. «Se abbiamo occhi per vedere, ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli, sia nel tempo sia nello spazio. Se abbiamo orecchie per ascoltare, questa consapevolezza ha un’eco di eternità».
Responsabili gli uni degli altri
Richiamando le letture della domenica, il vescovo Varden ha ricordato le parole di san Paolo: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare». Ha poi riflettuto sul duro rimprovero rivolto da Gesù a Pietro nel Vangelo, dopo che l’Apostolo si era opposto all’annuncio della Passione di Cristo.
La mentalità del mondo, ha spiegato Varden, dice agli uomini che in ultima analisi sono abbandonati a se stessi e che sarà il più forte a prevalere. La via di Dio è diversa. «Il pensiero di Dio, invece, e la via che Egli ci invita a percorrere, ci rendono responsabili gli uni degli altri». I cristiani sono quindi chiamati a raggiungere coloro che sono rimasti isolati a causa della paura, della sofferenza o della solitudine. «Lo facciamo donando le nostre vite, portando il messaggio della riconciliazione, della guarigione e della possibilità dell’amicizia a persone sole, barricate e impaurite», ha affermato il vescovo.Una simile missione, ha aggiunto, può spesso essere realizzata con le azioni in modo altrettanto efficace che con le parole.
Un secolo dalla prima Messa del vescovo Smit
Fu proprio per portare l’Eucaristia ai cattolici nell’Artico che il vescovo Johannes Olav Smit si recò alle Svalbard nel 1926. La prima Messa fu celebrata a Longyearbyen il 4 agosto 1926. Il vescovo Smit era stato incoraggiato dal cardinale Willem van Rossum, a Roma, a recarsi alle Spitsbergen per scoprire dove vivessero i cattolici. Non trovò cattolici residenti né a Longyearbyen né a Ny-Ålesund, ma a Barentsburg incontrò cattolici olandesi che lavoravano nella comunità mineraria della Nederlandsche Spitsbergen Compagnie. Essi avevano scritto al Papa chiedendo assistenza pastorale. L’8 agosto, il vescovo Smit celebrò una Messa pontificale a Barentsburg e amministrò il sacramento della Confermazione. Sebbene non sia mai stata istituita una missione cattolica permanente, dal 1986 fu nuovamente possibile celebrare regolarmente la Messa cattolica a Longyearbyen. Sacerdoti provenienti da Tromsø si sono recati anche alla stazione di ricerca polacca di Hornsund per celebrare la Messa per i cattolici presenti.
Amicizia ecumenica nell’Alto Artico
Alle Svalbard non esiste una chiesa cattolica. Le celebrazioni cattoliche sono state quindi rese possibili grazie all’ospitalità della Chiesa di Norvegia e delle autorità locali. L’Eucaristia del centenario è stata pertanto anche un rendimento di grazie per un’amicizia ecumenica dalle profonde radici. La storia cattolica delle Svalbard risale ancora più indietro. Nel 1913, san Pio X decise che l’arcipelago dovesse appartenere, dal punto di vista ecclesiastico, al territorio della Chiesa cattolica in Norvegia. La sovranità norvegese sulle Svalbard fu successivamente riconosciuta dal Trattato delle Svalbard del 1920, mentre la legge sulle Svalbard entrò in vigore nel 1925.
«Siamo chiamati a bussare alla porta»
Il vescovo Varden ha concluso la sua omelia guardando non soltanto al passato, ma anche alla missione cristiana del futuro. «Nella gratitudine per la grazia che Dio ha riversato sulle Svalbard nel corso di cento anni, vogliamo assumerci fedelmente la responsabilità di questa grazia», ha affermato. I cristiani, ha aggiunto, devono rimanere radicati nella realtà, resistere alle illusioni e non lasciarsi sopraffare dalla paura. Tornando all’immagine del cacciatore isolato nell’Artico, il vescovo Varden ha concluso: «Siamo chiamati a bussare alla porta di ogni capanna gelata, sia che si trovi nelle distese selvagge, sia là dove noi stessi viviamo».
fonte: vaticannews