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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (23 gennaio 2026)
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  • "Ogni anno un nuovo Natale nella storia di ciascuno". La riflessione di Madre Francesca dal Carmelo di Locarno

    Proviamo a socchiudere la porta di clausura di un monastero carmelitano, durante la sera nei giorni delle festività natalizie. Dopo la celebrazione dei Vespri e la preghiera silenziosa in Coro, le monache, cantando l’Adeste fideles, si recano in refettorio per il pasto serale, conducendo una statua di Gesù Bambino, che depongono su un tavolino, preparato per l’occasione nel centro del refettorio, e dove rimarrà il tempo della cena delle sorelle, terminata la quale, riprendono il simulacro per condurlo, sempre cantando processionalmente, alla sala di ricreazione per il momento ricreativo della Comunità.
    Tutto questo può sembrare una pia devozione; di fatto esprime un profondo significato teologico sulla realtà dell’Incarnazione del Figlio di Dio, il quale, appunto, ha assunto la nostra stessa umanità, si è calato nella nostra carne in tutta la sua concretezza.

    Gesù sulla terra ha vissuto concretamente ogni aspetto della vita quotidiana. Nulla di ciò che è autenticamente umano gli è estraneo. Non solo: lo ha assunto, lo ha vissuto Egli stesso, lo ha ratificato; l’Incarnazione è la firma di Dio sulla creazione, è il Suo ribadire che è «cosa molto buona» (Gen 1,31).

    Dio, in Gesù, si mostra ai nostri occhi. Si può pensare alle parole di Giobbe, che nella versione della Vulgata afferma: «… nella mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso e i miei occhi lo contempleranno non da straniero» (Gb 19,26-27). Nella nostra medesima carne, in un Bambino, vediamo Dio stesso.

    Un Dio concreto che si cala nell’umanità
    Tale concretezza, questo calarsi di Dio nella storia, anzi, nell’umanità di ogni uomo, rende Gesù contemporaneo ad ogni uomo e ad ogni donna; ha raggiunto ognuno nel modo più profondo e nello stesso tempo più rispettoso verso la libertà di ciascuno. Assumendo la mia umanità, mi è diventato contemporaneo.

    Perciò, ogni anno il Natale è nuovo, il mistero si fa «memoriale» in modo attuale, poiché Gesù mi si fa presente nella mia condizione terrena del momento, come sono io oggi, come è la storia del mondo oggi, con tutte le sue contraddizioni, le sue difficoltà, le sue speranze.

    La nascita nella carne di Dio, per noi moderni soprattutto, ci sgomenta; noi vogliamo, accettiamo solamente ciò che è «normale», ciò che entra nei nostri parametri. In effetti, la creatura umana, con la sua sete di amore assoluto – tutti la portiamo dentro, nessuno escluso –, può essere colmata unicamente da Dio stesso, dal suo Creatore. E questo amore assoluto ricerca la reciprocità, come canta S. Giovanni della Croce: «Or nell’amore perfetto questa legge si richiede: che perfetta somiglianza tra l’amante sia e l’amato, quanto più questa è perfetta tanto più sarà il diletto» (Romanza 7).
    L’uomo è a immagine di Dio (cfr. Gen 1,26), ed è altissima realtà, ma non gli basta – siamo sinceri! –; affinché la gioia, il «diletto» sia pieno, occorre che Dio sia simile all’uomo.

    L’Incarnazione è la logica conseguenza della creazione: quando Dio dona, dona da Dio, ossia dona Se stesso. E la ragione di tutto questo è esclusivamente la gratuità di Dio.

    Di fronte allo stupore di Maria, l’Angelo risponde che «presso Dio ogni parola non sarà impossibile» (Lc 1,37; «rema», in greco, oltre a «cosa», significa anche parola).
    «Non sarà», lo dice al futuro, come per indicare che l’evento dell’Incarnazione dipenderà pure dalla libera risposta di lei. E Maria darà la sua piena disponibilità, affinché il Padre possa rendere possibile ogni Sua parola attraverso la Parola, che è Suo Figlio. Gesù è la Parola perfetta esauriente del Padre: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

    Madre M. Francesca, Monastero carmelitano di Locarno Monti

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