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Roma e i lefebvriani restano sempre distanti: alcune ragioni di una frattura lunga 40 anni

di Cristina Vonzun

Da lì non si scappa: il Codice di diritto canonico stabilisce che «sia il Vescovo che, senza mandato pontificio, consacra qualcuno vescovo, sia colui che riceve da lui la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica». È quanto potrebbe accadere il prossimo 1° luglio a Écône, in Vallese, dove presso la Fraternità San Pio X, sono previste quattro nuove ordinazioni di vescovi senza mandato pontificio. Un evento che, secondo alcune stime, potrebbe richiamare almeno un migliaio di fedeli, riportando alla memoria un déjà-vu che risale al 1988. Fu allora che l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905 – 1991), fondatore della Fraternità, consacrò cinque vescovi contro la volontà di san Giovanni Paolo II. La Santa Sede dichiarò la scomunica dei protagonisti di quell’atto, definito «scismatico». Da allora sono trascorsi quasi quarant’anni. Possibile che, nonostante il dialogo e le numerose aperture - in particolare quella di Benedetto XVI, che si espose personalmente revocando la scomunica personale ai vescovi lefebvriani ancora viventi - il rapporto tra Roma ed Écône sia giunto a un vicolo cieco? E nel frattempo, quanti sono i seguaci di Lefebvre? Secondo dati forniti dalla Fraternità sarebbero circa 600 mila, distribuiti in una sessantina di Paesi, con cinque seminari. Tra i Paesi vi sono anche la Svizzera e il Vallese, dove – in particolare - la presenza di Écône continua in non pochi casi a incidere concretamente sulla vita e nella vita dei membri di una stessa famiglia e di una stessa comunità.

Ma qual è il cuore del problema?

Molti lettori identificano ancora la Fraternità solo con la liturgia tradizionale, mentre il vero nodo è ecclesiologico e dottrinale. Lo sosteneva già alle prime battute di questa lunga storia, un grande protagonista del dialogo tra Roma e Lefebvre negli anni Ottanta, il cardinale vallesano Henri Schwery (1932-2021): il problema centrale di Lefebvre e seguaci - per lui quello fondamentale - è l’accoglienza del Concilio Vaticano II. Ed è qui che i successori di Lefebvre continuano a mantenere una posizione sostanzialmente invariata. Lo si evince con chiarezza in un testo di Davide Pagliarani, attuale Superiore generale della Fraternità, una lettera del 18 febbraio 2026 nella quale il Superiore scrive al Dicastero per la Dottrina della Fede: la Fraternità “sa in anticipo” di non poter raggiungere un accordo dottrinale, soprattutto sulle “orientazioni fondamentali adottate dal Vaticano II”. Quali sono le “orientazioni fondamentali” che la Fraternità non ha mai accolto? Proprio alla vigilia delle ordinazioni di Écône, con il Papa in pieno concistoro con i cardinali la Fraternità ha scritto un testo in cui riafferma il suo “Credo”. Un testo che spazia dalla Trinità alla Chiesa cattolica e alla sua costituzione gerarchica, all'ordine morale e altro ancora, enumerando «gli errori moderni» e prendendosela sostanzialmente con il Concilio Vaticano II. Poi certo, affermano la fedeltà al Papa. I punti di attrito erano e sono noti: l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la concezione di una Chiesa più sinodale e meno rigidamente piramidale, quindi il tema dell’autorità, la libertà religiosa, oltre ad alcuni temi centrali della riforma liturgica. Quest’ultima, peraltro, non può essere considerata l’unico ostacolo, dal momento che la celebrazione della Messa secondo il rito antico continua a essere possibile in determinate forme e a determinate condizioni - anche se particolari - previste dalla Chiesa. Leone XIV aveva già fatto intendere - pochi giorni fa - che la piena accettazione del Concilio Vaticano II è una delle condizioni per risolvere la situazione. Resta dunque da capire - a meno di colpi di scena ulteriori, dell’ultimo momento - se le consacrazioni del prossimo 1° luglio in contrasto con le indicazioni di Leone XIV - segneranno una nuova fase di irrigidimento oppure rappresenteranno l'ennesimo capitolo di una frattura che continua da 40 anni e - come si evince anche da questo ultimo scritto dei lefebvriani - va ben oltre la Messa in latino.

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