L'arcivescovo Paul Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, si è recato a Ginevra il 12 ottobre 2026 per la 77ª sessione del Comitato Esecutivo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). A margine di tale incontro, l'11 ottobre ha presieduto una Messa nella Basilica di Nostra Signora, dedicata ai migranti e ai rifugiati.
Riflettendo sul significato della casa, l’arcivescovo Gallagher ha spiegato che essa è molto più di un luogo fisico. «Una casa è più di un edificio o di un luogo in cui soggiornare – ha spiegato nella basilica di Notre-Dame –. È il posto in cui sappiamo di avere il nostro posto, dove il nostro nome è conosciuto, dove la nostra presenza è attesa e dove possiamo sederci a tavola senza dover prima spiegare perché siamo lì.»
Oltre l’aiuto umanitario
«Per Dio la sofferenza di un bambino sfollato non si perde nell’anonimato di una crisi umanitaria, perché il grido dei più vulnerabili raggiunge sempre il suo cuore», ha assicurato il prelato britannico, citato da Vatican News. Ha invitato a una risposta che vada oltre i loro bisogni immediati. «Proteggere un bambino non significa solo adempiere un dovere […] ma preservare l’immagine divina impressa in lui o in lei […] Prima di essere un migrante, un rifugiato, un richiedente asilo o una statistica, il bambino è una persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio.»
Richiamandosi al Messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre), l’arcivescovo ha quindi esortato a superare una «mentalità di semplice assistenza». Se l’aiuto umanitario resta indispensabile, la carità cristiana non può limitarsi a fornire cibo, un riparo e protezione senza offrire anche alle persone la possibilità di trovare il proprio posto e di appartenere a una comunità.
Per un ritorno in sicurezza
Il giorno dopo la messa, mons. Gallagher si è recato all’ONU per la 77ª sessione del Comitato esecutivo dell’UNHCR. Il prelato ha subito osservato che la riunione si teneva ancora una volta in circostanze drammatiche, con oltre 117 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, ovvero una persona su 70 nel mondo. Tra loro, molti bambini, in particolare non accompagnati o separati dalle loro famiglie.
L’entità delle loro sofferenze «sottolinea l’urgente necessità di una risposta collettiva fondata sulla nostra comune umanità, sulla nostra solidarietà e sulla nostra responsabilità». Il rappresentante della Santa Sede ha accolto con favore l’accento posto sulla ricerca di soluzioni e sulla promozione dell’autonomia dei rifugiati, riferisce la Missione permanente di osservazione della Santa Sede presso le Nazioni Unite, in un verbatim. Tra le soluzioni durature, il rimpatrio volontario resta la scelta preferita da molti, ha notato mons. Gallagher. «Per fortuna la situazione in alcuni Paesi è migliorata abbastanza da permettere ai rifugiati di iniziare a tornare a casa.» Ciò che tuttavia fa tutta la differenza tra un ritorno riuscito e uno fallito sta nel modo in cui le persone rientrano. Cioè nella loro capacità di farlo in sicurezza, con un adeguato sostegno successivo. Perché tutto questo funzioni correttamente, è essenziale un finanziamento prevedibile e garantito da parte dei partner internazionali, ha stimato il diplomatico.
L’asilo minacciato
«L’asilo resta uno dei gesti più belli che l’umanità possa offrire a chi è perseguitato […] È quindi particolarmente preoccupante constatare che tutti i nobili obiettivi sopra citati sono sempre più messi in discussione, in particolare da politiche e pratiche che ne minano lo scopo originario.»
Per il prelato britannico non basta considerare le conseguenze degli sfollamenti forzati: occorre anche affrontare i problemi di fondo. È quindi essenziale promuovere il dialogo a tutti i livelli per contrastare gli sfollamenti forzati e le loro cause profonde, al fine di prevenire e risolvere divisioni e crisi.
fonti: cath.ch/vaticannews/com/arch/rz/trad. catt.ch