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All'OtherMovie Festival, film che rompono il silenzio per arginare un «male invincibile»

di Silvia Guggiari

Due film, un unico tema. Nel contesto della 15esima edizione dell’OtherMovie Film Festival, allo Studio Foce di Lugano, la serata di mercoledì è stata dedicata al delicato e drammatico tema degli abusi sessuali in ambito ecclesiale: due le pellicole presentate, il documentario svizzero, «Nel nome del Padre», e il documentario americano «God as my Witness».

Nella diocesi di New Orleans

Trasformare una tragedia personale in uno strumento di denuncia e consapevolezza. È stata questa la scelta, difficile e radicale, compiuta da Michael Brandner Sr, produttore esecutivo di «God as My Witness», documentario che denuncia la rete di abusi e insabbiamenti all’interno della diocesi di New Orleans e che al centro, insieme alle testimonianze di diverse vittime, vede la vicenda del fratello, vittima di abusi, morto suicida a 29 anni. Solo nel 2018, Brandner trova una pila di «lettere d’amore» indirizzate al fratello minore da parte di un prete cattolico romano: «Ho visto con i miei occhi le conseguenze di questo tipo di violenza; non potevo andare avanti senza fare qualcosa», confida il produttore. Il film nasce proprio da questa esigenza: non solo elaborare un lutto, ma trasformarlo in un’azione concreta: «Ho preso il dolore e la sofferenza che abbiamo vissuto e ho cercato di farli diventare strumento per denunciare qualcosa che non deve più accadere. Voglio che la Chiesa riconosca che questo problema esiste e che deve essere affrontato seriamente». Il documentario, che vede la regia di Lindsay Q. Pietre, riesce a «far vivere allo spettatore un’esperienza il più possibile vicina a quella delle vittime», spiega il produttore. Una pellicola dura, necessaria, che senza mezzi termini, attraverso i racconti diretti delle vittime, arriva allo spettatore che non può non sentirsi coinvolto e toccato: «Quando esci dalla sala, capisci cosa è stato tolto a queste persone: l’infanzia, la serenità, spesso la vita stessa. Mio fratello si è tolto la vita, sono stato io a trovarlo. E convivo con questo dolore da 33 anni».

Presentato in diversi Festival internazionali, il film ha ottenuto numerosi riconoscimenti: «In ogni proiezione mi capita di incontrare vittime», racconta. «Persone che finalmente trovano il coraggio di parlare. Ho incontrato gente da tutto il mondo: tassisti, professionisti, donne che mi hanno scritto per raccontare quello che hanno vissuto». Un riscontro importante, ma non sufficiente per Brandner: «È incoraggiante, ma anche frustrante. Sento di non raggiungere ancora abbastanza persone. Voglio che questo messaggio arrivi più in alto». Ma la Chiesa oggi come sta affrontando questa problematica? «Non ho fiducia che la Chiesa risolva davvero questa situazione», afferma senza esitazioni il produttore. «C’è paura che la verità allontani i fedeli. Ma io credo il contrario: affrontare i problemi è l’unico modo per andare avanti. La soluzione non è trasferire il prete da una parrocchia a un’altra come per anni si è scelto di fare, compito della Chiesa deve essere di rimuoverlo e consegnarlo alla giustizia. Non voglio distruggere la Chiesa, anzi vorrei un giorno poterci tornare, ma quella che vedo non è la Chiesa che Gesù Cristo avrebbe voluto».

Dare voce alle vittime

Opera del regista ticinese Mirko Aretini, il documentario «Nel nome del Padre» riporta in una dimensione intima tre testimonianze schiette e dure di vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico o nelle mura di casa accaduti in Svizzera. La pellicola in bianco e nero nasce dal desiderio del regista di «dare voce ai più deboli, alle vittime che spesso vivono a stretto contatto con noi, ma che difficilmente riescono a raccontarsi. In questi anni si sono intensificati i casi di denuncia sono in corso grandi indagini a livello internazionale e questa per me è stata una grande spinta», racconta Aretini. Nei 28 minuti del documentario due uomini e una giovane ragazza si confidano davanti alla telecamera: «Non è stato facile fare certe domande e stare lì con la videocamera accesa – confida Aretini –. Mentre ascoltavo, avrei voluto posare tutto e dar loro un abbraccio. Ho sentito proprio la percezione di cosa significa essere vittima, perché non è una fatalità, è un meccanismo che si costruisce nel tempo e che le vittime si portano dentro per tutto il resto della vita». Aretini non propone un lavoro di inchiesta, né un reportage, ma «una lente di ingrandimento sul dolore invisibile che tantissime persone si portano dentro. Sono convinto che, di fronte a questa che è una guerra persa contro un male invincibile, l’unica cosa che possiamo fare umanamente, moralmente, eticamente è ascoltare e sulla base di questo capire come poter aiutare, dare coraggio e offrire le informazioni necessarie. Credo che sia un dovere di tutti noi cercare di capire cosa accade nel mondo in cui viviamo, anche nelle zone più buie, cercando di illuminarle sempre di più».

La storia sta cambiando, il «vaso di Pandora» si sta scoperchiando, ma non basta: «Quella che vediamo è solo la punta dell’iceberg, più se ne parla, più si potrà creare uno strumento di massa per far sì che chi fa determinate cose inizi a essere più dubbioso di poterla fare franca», conclude il regista ticinese. Se nessuno nega i passi fatti da Chiesa e società, eventi come questo invitano a continuare e perfezionare prevenzione, attenzione, denuncia.

Un momento della serata di mercoledì allo studio Foce di Lugano.
Un momento della serata di mercoledì allo studio Foce di Lugano.

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