di Federico Anzini
Può una macchina avere un cuore? O, più sottilmente, può un algoritmo sostituire “il tormento e l’estasi” della creazione umana? Sette decenni prima di ChatGPT, la penna tagliente e visionaria di Roald Dahl aveva già immaginato un mondo in cui le macchine avrebbero sostituito l'ingegno umano. Quel racconto del 1953, “Lo scrittore automatico”, approda ora sul palco del Teatro Foce di Lugano il 26 e 27 gennaio, grazie all'adattamento di Luca Botturi e all'interpretazione di Andrea Carabelli. Un appuntamento che non è solo teatro, ma una riflessione urgente sul nostro rapporto con l'Intelligenza Artificiale. Un dialogo tra tecnologia e umanità per interrogarci se siamo ancora autori della nostra vita.
Una profezia lunga settant’anni
L’idea nasce quasi per caso, come ci spiega Luca Botturi, professore in media in educazione alla SUPSI: «Cercavamo uno spettacolo sull’IA e rileggendo Dahl sono rimasto folgorato dalla sua profeticità». Sebbene la tecnologia degli anni ’50 sia lontana dai moderni algoritmi, il nucleo della questione resta immutato. «Dahl è stato profetico nel descrivere l'evoluzione del rapporto tra noi e le macchine intelligenti e nell'identificare le trappole in cui possiamo cadere», osserva Botturi. Il rischio più grande? La pigrizia intellettuale. «L'AI offre infinite scorciatoie per non fare fatica, non pensare e per accontentarci di surrogati». Per Botturi, la sfida è decisiva: «Più una tecnologia è potente, più richiede forza morale per essere usata bene».
Essere "autori": l’esperienza umana contro lo schema
Sul palco, la vicenda si snoda attorno a Mr. Knipe, un inventore frustrato che crea una macchina capace di scrivere romanzi al posto degli uomini. Andrea Carabelli, regista e attore protagonista, scende nel cuore del conflitto drammatico. Al centro dello spettacolo c’è il dialogo tra chi sceglie di "vendere il proprio nome" alla macchina e chi resiste a questa tentazione: «Quello che un autore scrive è frutto della sua esperienza personale. L'opera d’arte è fioritura di un vissuto, non un meccanismo sovrastrutturale».
L’ombra del rancore e la sete di profitto
Lo spettacolo scava nei vizi umani che alimentano l'automazione. Da un lato Mr. Bohlen, l'imprenditore il cui unico mantra è «fare i soldi», pronto a pavoneggiarsi per opere che non comprende. Dall'altro il più inquietante Mr. Knipe. «Knipe si trasforma da studioso a imprenditore senza scrupoli, ma il seme di tutto è il rancore», osserva Carabelli. «Vive una frustrazione profonda verso il successo altrui. Questo ci insegna che il problema non è l’uso dell’IA, ma il "perché" facciamo le cose e che valore diamo alle persone». È una riflessione sull'uomo che riduce se stesso e l'altro a puro ingranaggio di produzione.
Il teatro come palestra di libertà
In un mondo che delega il pensiero agli algoritmi, il teatro resta un baluardo dell'umano. Citando il prologo dell’Enrico V di Shakespeare, Carabelli ricorda che la scena vive solo se stimola la mente dello spettatore. «Il teatro, per sua natura, deve essere uno sforzo reciproco di dialogo. Altrimenti toglie spessore alla propria umanità e al valore magico della Parola». L'auspicio di Botturi per il pubblico, specialmente per i più giovani, è chiaro: «L’IA è una tecnologia meravigliosa, ma va dominata. Dobbiamo usarla in funzione di ciò che siamo: persone con un cuore e un desiderio infinito di bene, non solo consumatori o lavoratori».
In un mondo sempre più digitalizzato, "Lo scrittore automatico", in scena al Foce di Lugano, rappresenta un’occasione preziosa per ricordarci che la creatività non è un prodotto, ma un atto di libertà, e che nessuna macchina potrà mai sostituire il mistero dell'esperienza umana vissuta con consapevolezza e profondità.
Lo spettacolo è consigliato ad un pubblico dai 12 anni in su. Durata: 80’ min.
Biglietti su biglietteria.ch
Per altre info e guida didattica: pagine.wordpress.com/loscrittoreautomatico/
Il genio visionario di Roald Dahl
Prima di diventare il celebre autore de La fabbrica di cioccolato, Roald Dahl scrisse racconti per adulti venati di umorismo nero e critica sociale. "Lo scrittore automatico" (titolo originale: The Great Automatic Grammatizator) è un gioiello di satira che oggi definiremmo "distopica".
Leggere il racconto originale prima o dopo lo spettacolo permette di apprezzare come Dahl avesse intuito il rischio della commercializzazione dell'arte. La sua scrittura, asciutta e implacabile, ci ricorda che la vera letteratura non è un assemblaggio di parole, ma un atto di libertà che nessuna "grammatica automatica" potrà mai replicare del tutto. Un testo breve, ma densissimo, che ogni educatore e appassionato di tecnologia dovrebbe tenere sul comodino.