di Chiara Gerosa
Rammendare è un gesto antico, domestico, apparentemente marginale. Richiede tempo, attenzione, pazienza. Da questa immagine prende avvio «La riparazione. Donne che rammendano il mondo», il libro in cui Marcella Filippa intreccia biografie femminili diverse per fede e provenienza, ma unite da una stessa postura etica: riparare invece di distruggere. Nel Novecento segnato da guerre e persecuzioni, queste donne non hanno preteso di salvare il mondo una volta per tutte. Hanno tenuto insieme i frammenti, giorno dopo giorno. Il rammendo diventa così un gesto piccolo ma radicale.
Tra le figure centrali emerge certamente Etty Hillesum, tra le «sconosciute» Elettra Bruno Diena. Non si sono mai incontrate, eppure appartengono alla stessa «costellazione»: donne che, pur lontane, si riconoscono nella scelta di non cedere all’odio.
Elettra pratica il rammendo attraverso la scrittura. Il marito, medico ebreo, viene incarcerato alle Carceri Nuove di Torino e poi deportato a Flossenbürg; uno dei figli muore nella Resistenza. Elettra compie un gesto dolorosissimo: custodisce la relazione tra padre e figli celando a ciascuno la perdita dell’altro. Non è inganno, ma protezione. È permettere che l’amore resti vivo ancora un poco, che il dolore non diventi distruzione. Cresciuta nella tradizione cattolica, in un matrimonio misto, educa i figli a una fede profonda e responsabile. Dopo la guerra, rimasta con un solo figlio, sceglie di aiutare i carcerati. Offre ascolto, sostegno, fiducia. In molte lettere viene chiamata «madre»: una maternità simbolica che crede, come scrive María Zambrano, che ogni essere umano possa rinascere.
Accanto a lei e alle altre belle figure, anche quella di suor Giuseppina De Muro. Suor Giuseppina opera nel carcere femminile di Torino. La sua riparazione è concreta: medicine, cibo, conforto. Ma lei è una donna che spezza tutti gli stereotipi e che compie anche un gesto decisivo. Una giovane detenuta, Elena Recanati, è incarcerata con un neonato. Suor Giuseppina promette di salvarlo: lo avvolge in lenzuola, lo depone in una cesta e lo affida a una contadina che lo crescerà fino al ritorno della madre da Auschwitz. Un atto silenzioso, senza eroismi proclamati. Per non parlare del fatto che nei giorni della liberazione salterà su un’auto e insieme alla Croce Rossa attraverserà le strade mutilate della città per aiutare.
Come ricorda il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero. Queste donne formano una costellazione di resistenze discrete. In un secolo che ha conosciuto l’abisso, hanno scelto di custodire l’umano. Oggi il loro rammendo ci ricorda che nessuno può delegare la cura del mondo. Che passa dai piccoli gesti, dalla cura delle parole, dalla capacità di immaginare alternative. Anche leggere, condividere storie, coltivare l’immaginazione può diventare un atto rivoluzionario. Non per fuggire dalla realtà, ma per imparare, ancora una volta, a ripararla.