di Francesca Sacco, Protestinfo (traduzione e adattamento redazionecatt)
Sappiamo che le donne hanno giocato un ruolo importante nei primi tempi del cristianesimo. «È probabile che alcune di loro fossero donne benestanti e che le comunità si riunissero nelle loro case», spiega Pierre Gisel, professore onorario alla Facoltà di teologia e scienze delle religioni dell'Università di Losanna.
Ma si possono definire apostole? «Dipende da cosa si intende con questa parola, prosegue Pierre Gisel. Dal punto di vista della pura esegesi, non sono citate nella lista dei dodici apostoli. Detto questo, questa lista è stata fissata a dodici per far corrispondere il loro numero a quello delle tribù d'Israele. È dunque un po' artificiale, cioè è stata ricostruita per ragioni teologiche. Paolo, che è sicuramente un apostolo, non vi figura, mentre Giuda, che non è propriamente un apostolo, ne fa parte. E poi in questa lista ci sono anche degli illustri sconosciuti.»
Apostola comunque
«Se nessuna donna figura nella lista degli apostoli, Giunia, o Junia, viene salutata da Paolo nella Lettera ai Romani come "insigne tra gli apostoli"», afferma la teologa Valérie Duval-Poujol, dottoressa in storia delle religioni alla Sorbona e vicepresidente della Federazione protestante di Francia. Partendo dallo stesso testo greco, diverse traduzioni della Bibbia identificano Giunia come apostola: «apostola insigne» nella Nouvelle Bible en français courant e ne Le Semeur, «apostola eminente» nella TOB e «apostola di rilievo» nella Bibbia di Gerusalemme. Del resto, uno dei Padri della Chiesa più celebri, Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, scrive a proposito di Giunia nell'anno 407 dopo Cristo: «Essere un apostolo è già una gran cosa. Ma essere insigne tra gli apostoli, immaginate che meraviglioso elogio! Quale doveva essere dunque la sapienza di questa donna.»
Quanto a Febe, Paolo la definisce negli Atti degli Apostoli con il termine diakonos, parola greca tradotta nelle Bibbie moderne con «serva», «diaconessa», «al servizio della Chiesa», «che esercita un ministero» oppure «ministra». Diakonos si riferisce il più delle volte a un ministro della parola, a qualcuno che predica il Vangelo e funge così da portavoce di Dio. È un intermediario, un agente, un emissario. «Alcuni specialisti del Nuovo Testamento pensano che Febe sia stata colei che ha consegnato la lettera ai Romani, sottolinea Valérie Duval-Poujol. In ogni caso, è l'unica persona raccomandata per una tale missione in tutto il Nuovo Testamento. Paolo le accorda una fiducia sufficiente sul piano teologico da raccomandarla ai suoi futuri ascoltatori affinché li aiuti a comprenderne il contenuto.»
Una donna di prestigio
Paolo raccomanda di aiutare Febe perché è stata prostatis (protettrice) nei confronti di molte persone, a cominciare da lui stesso. Nessun altro riceve questo appellativo nel Nuovo Testamento. Implica prestigio; è la forma femminile di prostatēs, latinismo che descrive un governatore, un benefattore e un patrono, qualcuno che si prende cura degli interessi altrui, un difensore, un custode. Il termine prostatis comprende anche il significato di patrona, precisa Valérie Duval-Poujol. «La combinazione di diakonos e prostatis, il senso di questi termini in greco, così come il fatto che Febe sia menzionata al primissimo posto nella lettera ai Romani, suggeriscono che ella possieda una posizione di responsabilità, una preminenza, un'autorità nella comunità.»
Giunia era dunque apostola e Febe diaconessa? «Questa domanda è un po' anacronistica, perché i termini usati all'epoca per descriverle non corrispondono esattamente al senso che diamo loro oggi, osserva Pierre Gisel. Per molto tempo, le definizioni di apostolo e di diacono sono rimaste fluttuanti. In senso stretto, la parola apostolo è una costruzione che non corrisponde ai dati storici del tempo di Gesù.»
Altre donne eminenti
«Il termine diakonos ricorre trenta volte nel Nuovo Testamento e la sua esatta definizione è controversa, osserva Valérie Duval-Poujol. Ciò che è certo è che non va messo in parallelo con la funzione ufficiale di diaconessa, termine che compare nella storia della Chiesa solo a partire dal III e IV secolo, quando la Chiesa, posta sotto dominazione patriarcale, crea questa sottocategoria di ministero per le donne che non vuole ordinare sacerdotesse.»
La rivelazione biblica mette in luce altre donne che hanno servito Dio in maniera eccezionale: Debora, Miriam, Ester, Persis, Giulia e le quattro figlie di Filippo, senza dimenticare Maria Maddalena, spesso chiamata «apostola degli apostoli» dalla tradizione cristiana. Citiamo infine Prisca (o Priscilla), descritta come una collaboratrice attiva di Paolo nella lettera ai Romani. Con il marito Aquila, dirigeva una chiesa domestica e istruì Apollo, egli stesso predicatore.
Giunia era una donna?
Fino al Medioevo, Giunia è chiaramente identificata come una donna. La sua mascolinizzazione inizia nel XIII secolo, quando Egidio Romano comincia a usare il nome Giunio. La maggior parte dei traduttori lo segue, tra cui Lutero nel 1552.
«In greco, la scelta tra un nome femminile o maschile dipende dall'accentazione; ma i manoscritti greci del Nuovo Testamento non sono accentati prima del VII o IX secolo», rileva Valérie Duval-Poujol. In effetti, si trova talvolta Iounían, accusativo del nome femminile Iounía (Giunia), talvolta Iouniãn, accusativo del nome maschile Iouniãs (Giunia al maschile). Quando ricevono un'accentazione, i manoscritti greci più antichi ereditano un'accentazione femminile. Anche edizioni rinomate del Nuovo Testamento greco, tra cui quella di Erasmo del 1516, offrono l'accentazione femminile.
Bisogna attendere il XIII secolo per trovare uno scritto che attesti il nome maschile Giunio. Egidio Romano, filosofo e teologo italiano (1247-1316), sembra essere il primissimo a considerare Junias come un uomo, partendo dal principio che solo un uomo può essere apostolo. «Se le nostre Bibbie moderne adottano un nome maschile, ciò deriva probabilmente dal fatto che è la scelta di Martin Lutero nella sua Bibbia del 1522», conclude Valérie Duval-Poujol. Ciò nonostante, Giovanni Calvino usa il femminile e accosta Giunia alle persone che istruiscono una comunità e si dedicano a proclamare il Vangelo.
Cos'è un apostolo?
«Vi sono, agli inizi della Chiesa, concezioni nettamente divergenti tra, da un lato, la Chiesa di Gerusalemme formata da giudeo-cristiani sotto la guida di Pietro e poi di Giacomo, e dall'altro le Chiese paoline provenienti dal paganesimo. Chiaramente, a Gerusalemme, Luca riserva il nome di apostoli ai Dodici, o più esattamente agli Undici, ai quali conviene aggiungere un uomo, Mattia, che ha conosciuto Gesù nei giorni della sua vita in Galilea e in Giudea. Si ricostituisce così il gruppo dei Dodici, che rappresenta le dodici tribù d'Israele nel loro raduno alla fine dei tempi. Una tale rappresentazione esclude Paolo.
Se Paolo rivendica di aver visto il Signore risorto, non può però rivendicare un incontro con Gesù nei giorni della sua vita terrena. Tuttavia, fin dalle sue prime lettere, egli si definisce apostolo, inviato di Gesù Cristo, egli che per ultimo ha beneficiato della manifestazione del risorto (1 Corinzi 1,1 e 15,8). E Paolo non è apostolo da solo: si affianca a Silvano, Timoteo, Sostene o Barnaba, essi stessi qualificati come apostoli (1 Tessalonicesi 2,7). Cosa che Luca conferma in Atti 14,14. Paolo enuncia del resto in modo netto il ruolo di un apostolo: annunciare sempre più lontano la buona novella di Gesù Cristo crocifisso e risorto, e radunare in suo nome dei gruppi cristiani che formano delle Chiese. Con questa definizione allargata, altre persone portano il titolo di apostolo nel Nuovo Testamento o nella tradizione. È il caso di Maria Maddalena, la prima a incontrare il risorto, ma anche di Giunia e di altre donne a cui la Chiesa ha riconosciuto il ruolo primario di un ministero di evangelista. (cath.ch/protestinfo/fs/rz/traduzione e adattamento cath.ch/ traduzione e adattamento redazionecatt)
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