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“Invisibile imbecille”. La relazione complessa tra lingua latina e tradizione viva

di Andrea Grillo

Il latino, negli ultimi mesi, è tornato ad avere un ruolo importante per la definizione della tradizione ecclesiale. Sia pure con la sua lunga storia, ma proprio come ogni lingua di Babele, il latino dice e non dice, apre e chiude, rivela e nasconde. Nessuna lingua può dire tutto. Per questo ogni lingua esige una paziente elaborazione: con una lingua si lavora e con questo si determina una delicatissima e raffinatissima relazione tra espressione ed esperienza. Per fare esperienza dobbiamo esprimerci e esprimendoci facciamo esperienza. Questo vale anche per la esperienza di fede. Che si sperimenta nelle diverse lingue che ha parlato e che parla. Questo “uso delle lingue” determina l’affermarsi e il mutare delle tradizioni. Così, finché la tradizione del cattolicesimo latino ha parlato e pensato in latino, faceva esperienza nella lingua in cui parlava e parlava la lingua nella quale faceva esperienza. Questa condizione – che potremmo chiamare equilibrio tra codice espressivo e esperienza di sé – ha avuto una storia complessa, articolata e ricca. Dante Alighieri dichiarava, in latino, a inizio del 1300, che il latino non era più la lingua della poesia. Lutero apriva radicalmente al tedesco per fare della esperienza del popolo la lingua della fede. In questa relazione con le “lingue parlate” non tutto è lineare. Così può accadere che il latino possa essere lingua della resistenza alla “germanizzazione nazista” del cattolicesimo tedesco degli anni 30 e 40 del XX secolo, oppure alla “normalizzazione statale dei fedeli” da parte del comunismo cinese nella seconda metà del XX secolo.

Certo è che il latino non è più lingua parlata, neppure nella Chiesa da almeno 60 anni. Questo non significa che la si debba ignorare o trascurare. Anzi, lo studio del latino resta, nella formazione della competenza sul cristianesimo occidentale, un passaggio obbligato e prezioso. Ma con la consapevolezza che il latino, senza essere una lingua morta, non è più una lingua viva. Non lo è non perché i canonisti non debbano conoscerlo e farne un certo uso. Ma perché non la parlano più i bambini, le mamme e i padri con i figli. Non si parla allo stadio, non si usa per le massime gioie e per i grandi dolori. Una lingua resta viva solo se la parlano i bambini per giocare. Questo uso inerziale di una lingua non più viva comporta una serie di questioni delicate, che riguardano il modo con cui possiamo lavorare, pensare e agire, oggi, nella Chiesa. Come dicevo all’inizio negli ultimi tempi abbiamo avuto almeno due “episodi” che rappresentano “luoghi comuni” di relazione con la lingua latina e che meritano una parola di riflessione.

a) La libertà dello Spirito tra venerabilis e veneranda

In uno degli ultimi documenti di papa Francesco – la lettera alla Congregazione per la dottrina della fede a commento del Motu proprio Spiritus Dominus - appare una “esegesi” del testo latino del Motu Proprio Ministeria quaedam di Paolo VI che costituisce una piccola perla di “vitalità” del latino. Ma è anche segno della delicata procedura di “traduzione” del latino, che apre o chiude possibilità. Nel caso specifico si affida ad un aggettivo latino – venerabilis – la qualità di una prassi ecclesiale che riservava gli “ordini minori” soltanto ai fedeli di sesso maschile. Il ragionamento, di per sé del tutto plausibile, osserva che una prassi “venerabile” non è necessariamente da venerare. Potremmo dire che se Paolo VI avesse voluto dire questa necessità, avrebbe usato l’aggettivo “veneranda”, che esprime appunto la doverosità. In tal caso dalla necessità non si sarebbe potuto deflettere. Mentre ciò che è possibile, non essendo necessario, consente di fare altrimenti. La cosa interessante, in tutto questo, è che la autorizzazione ad una prassi inclusiva è in qualche modo richiesta alla analisi grammaticale del testo latino. Ciò evidentemente non esaurisce le buone ragioni del provvedimento, che così anche grammaticalmente sembra inappuntabile. Non altrettanto, però, si deve dire della traduzione ufficiale del testo di Paolo VI in italiano, che traduce “venerabilis” con l’aggettivo italiano “veneranda”. Ed ecco che una traduzione non esattamente letterale impedisce di cogliere questa sfumatura non secondaria di una “traduzione della tradizione” che con quel documento si stava realizzando, già negli anni 70, e che solo ora si è fatta del tutto chiara (...)

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