Delegazioni provenienti da 31 paesi europei si sono riunite dal 14 al 17 settembre 2026 a Wels, in Austria, per un simposio sulla sinodalità. Il vescovo Felix Gmür di Basilea condivide con cath.ch le sue impressioni e riflessioni sull'incontro.
Il simposio «Shaping Synodality in Europe – From Vision to Roadmap» (Plasmare la sinodalità in Europa – da una visione a una tabella di marcia) ha riunito 187 rappresentanti della Chiesa provenienti da 31 Paesi, tra cui 21 vescovi, teologi, responsabili pastorali, religiosi e studenti. Si trattava del secondo incontro di questo tipo, dopo quello di Praga, nel febbraio 2023. Mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, faceva parte della delegazione svizzera insieme ad altri otto responsabili ecclesiali.
Qual era l’atmosfera a Wels, in occasione di questo secondo incontro sinodale europeo?
Mons. Gmür: L’atmosfera era molto fraterna. In realtà, molto più serena che a Praga.
Che cosa intende dire?
Nel 2023 si avvertivano ancora tensioni tra le Chiese dell’Europa occidentale e quelle dell’Europa orientale. Le differenze nella cultura, nel modo di essere Chiesa o ancora nel sistema politico rappresentavano un certo freno negli scambi. Ci si accusava a vicenda di voler cambiare la dottrina o, al contrario, di dare prova di immobilismo.
I membri della delegazione svizzera a Wels sono stati: Iva Bouteiller, membro della Commissione sinodale; Detlef Hecking, presidente della Commissione; Sergio Carettoni, membro della Commissione; Nicola Ottinger; Bruno Brantschen; Helena Jeppesen-Spuhler, membro della Commissione e delegata europea; mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea e membro della Commissione; Daniel Kosch; Roland Loos, presidente della RKZ e membro della Commissione.
Ma in Austria le cose sono andate in modo molto diverso. Abbiamo potuto tutti accettare le differenze dell’altro. Grazie a questo rispetto reciproco, abbiamo constatato che le nostre differenze non erano poi un ostacolo all’unità. Le discussioni hanno quindi potuto essere molto costruttive.
Che cosa la colpisce in particolare degli scambi?
Ci sono state testimonianze molto forti, in particolare quella di una dottoressa in Ucraina. Anche le conferenze sono state molto interessanti, soprattutto quella di padre Tomas Halik (un teologo ceco, ndr) sulla secolarizzazione in Europa. È stata letta come qualcosa di ambivalente: se da un lato la secolarizzazione ha nuociuto alla trasmissione della fede, dall’altro ha favorito la libertà di espressione e di coscienza e ha fatto entrare la Chiesa in un processo di «purificazione».
Il rafforzamento della relazione è stato davvero al centro dell’incontro
Anche le conversazioni nello Spirito sono state momenti ricchi, soprattutto sul piano della condivisione, perché ci siamo ritrovati a tavoli di sette o otto persone di delegazioni diverse. Sono stato con uomini e donne provenienti da Paesi come il Belgio, la Lituania, l’Ungheria o l’Irlanda. Il più grande successo di questo incontro è stato forse quello di aver realmente avvicinato le Chiese dei Paesi d’Europa.
Ci sono stati progressi importanti nell’ambito della sinodalità in Europa?
Lo scopo del simposio non era prendere decisioni. Il principio più importante era l’ascolto dell’altro. Partendo dalla nostra condizione di battezzati, si trattava di accogliere le diverse testimonianze, di apprezzarle, di imparare gli uni dagli altri. È il fondamento del processo sinodale. Sono convinto che questo ascolto abbia un impatto reale sulle relazioni, sia tra le Chiese, sia tra i preti e i fedeli, tra gli stessi battezzati, tra gli uomini e le donne… Il rafforzamento della relazione è stato davvero al centro dell’incontro. Decisioni più concrete saranno certamente prese nelle prossime edizioni, in particolare a Louvain-la-Neuve (Belgio) nel 2027.
Qual è stato il principale punto di discussione?
Abbiamo parlato molto della decentralizzazione nella Chiesa. È una delle sfide più importanti del processo sinodale avviato da papa Francesco. Come fare in modo che l’insieme dei battezzati sia maggiormente integrato nel funzionamento e nella vita della Chiesa, perché diventi meno centrata sul prete.
Esiste una visione comune su questo tema?
Abbiamo constatato che era più difficile da accettare in alcune Chiese, in particolare in quelle vicine alla guerra. In simili contesti, le Chiese centralizzate danno una maggiore impressione di stabilità e di sostegno. Sono aspetti che devono essere considerati dalle Chiese che non sentono la pressione della guerra.
L’esperienza svizzera di sinodalità è stata presentata? Ha suscitato interesse?
Sì, abbiamo naturalmente illustrato la nostra situazione. Tra l’altro il fatto che abbiamo creato una commissione sinodale, cosa che altri Paesi non hanno fatto. È chiaro che l’esempio svizzero interessa molte altre Chiese d’Europa, in particolare il sistema duale.
Sono fiducioso nel futuro e so che lo Spirito traccia il suo cammino nella Chiesa
Al di là di questo, le altre Chiese del continente hanno contesti e sistemi di funzionamento molto diversi. Una semplice trasposizione del sistema svizzero non sarebbe quindi possibile. Ma gli altri Paesi possono certamente ispirarsi ad esso, in particolare per il modo in cui i laici sono coinvolti nelle finanze e nella pastorale.
Nelle parrocchie svizzere non si ha necessariamente l’impressione che il processo sinodale sia in marcia e che molte cose siano cambiate. Pensa che tra cinque o dieci anni si saranno prodotti cambiamenti concreti?
È normale che non si vedano grandi evoluzioni a livello locale. I processi sinodali richiedono molto tempo per mettersi in moto. Occorre certamente passare prima attraverso un cambiamento di cultura e di mentalità, il che richiede spiegazioni e pazienza. Sono cambiamenti che non possono venire dall’alto, ma che devono essere adottati in modo volontario dai fedeli. Ma sono fiducioso nel futuro e so che lo Spirito traccia il suo cammino nella Chiesa.
Sarà infine possibile arrivare a qualcosa in una Chiesa in cui alcuni vogliono avanzare e altri non vogliono cambiare nulla, dove la struttura di base fa sì che i grandi cambiamenti possano venire solo da Roma?
Ci sono certamente contraddizioni nella Chiesa. Ma questa contraddizione provoca una tensione, che a sua volta crea movimento. Sarebbe sbagliato credere che la Chiesa non evolva: la storia ha dimostrato il contrario. È certo che la sfida sarà trovare un modus vivendi tra le diverse sensibilità che coesistono nella Chiesa, all’interno delle diocesi, dei Paesi o tra i continenti. Ma per me l’esperienza europea dimostra che è possibile. Dopo tutto, abbiamo tutti gli stessi fondamenti di fede, per il nostro battesimo, la nostra fede in Gesù Cristo e la nostra speranza nella risurrezione.
fonte: cath.ch/rz/trad. catt.ch
Per il presidente della RKZ Roland Loos, «bisogna perseverare»
Il presidente della Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ) Roland Loos era anch’egli membro della delegazione elvetica a Wels. Ha assicurato a kath.ch che il simposio ha costituito un’esperienza molto interessante e un punto di riferimento importante per il futuro della sinodalità. «Il semplice fatto che, durante questo congresso […] dignitari ecclesiastici senza titolo, identificati unicamente dal loro nome, si siano seduti allo stesso tavolo di laici e di donne, è di per sé un segno di sinodalità.»
Per il presidente della RKZ, «non basta accontentarsi di discutere insieme. Bisogna naturalmente andare molto più lontano, e devono essere prese altre misure.» Consapevole che il processo sinodale potrebbe avere solo un impatto limitato o addirittura fallire, si dice tuttavia «ottimista e pronto a correre questo rischio.»
Gli attori della sinodalità sono anche consapevoli che i progressi su temi come l’obbligo del celibato per i preti o l’ordinazione delle donne «probabilmente non arriveranno così in fretta come vorremmo». È anche troppo presto per presentare modelli generali e applicabili di sinodalità. «Ciononostante, la sinodalità può esercitarsi all’interno delle Chiese e vi si esercita effettivamente: bisogna perseverare.» E il vodese cita una parrocchia del Belgio dove è stata sperimentata con successo una forma di celebrazione in cui i fedeli si riuniscono attorno a una grande tavola, per rafforzare il senso di comunità. Menziona anche una parrocchia italiana dove si sta esaminando la possibilità di autorizzare i laici a predicare.
Helena Jeppesen-Spuhler: «Il documento finale del sinodo invita a fare esperimenti»
La svizzera Helena Jeppesen-Spuhler, di Sacrificio Quaresimale, co-organizzatrice della conferenza di Wels, ha affrontato su kath.ch la questione dell’impatto del processo sinodale al di fuori della Chiesa. «Anche se la Chiesa cattolica ha meno influenza nella società rispetto al passato, il suo carattere sinodale è credibile e costituisce ‘un segno profetico’ nel mondo, come indica il documento finale: dialogare, partecipare, accettare le tensioni e trarne insegnamenti. Questo può anche dare un nuovo slancio a una società polarizzata.»
Per Helena Jeppesen-Spuhler, «il documento finale del sinodo incoraggia a fare esperimenti. Ci saranno molti modi di plasmare una Chiesa sinodale nei diversi contesti europei. Puntare a un approccio uniforme andrebbe contro lo spirito del sinodo. In Albania l’attuazione viene affrontata diversamente che in Svezia o in Svizzera.» WOZ/KATH