Dopo l’anteprima di sabato 17 ottobre al Film Festival Diritti Umani Lugano, Naza arriva nelle sale ticinesi: il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sarà in programmazione al Cinema Iride di Lugano da sabato 24 ottobre al 2 novembre. Le due proiezioni del festival, al Cinema Corso di Lugano dopo la premiazione del Concorso internazionale e in replica al LUX art house di Massagno, erano andate esaurite in pochi giorni. Il film, premiato a settembre con il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, raccoglie le testimonianze anonime di 24 soldati israeliani sui metodi con cui l’esercito individua gli obiettivi a Gaza e sulle conseguenze per i civili palestinesi. Come si arriva a commettere crimini di massa? Bertrand Kiefer, medico, teologo ed esperto di etica, ha visto il film e ne parla con cath.ch.
di Carole Pirker / cath.ch
Filmati di notte sui tetti di Tel Aviv, i 24 soldati intervistati, i cui volti e le cui voci sono stati modificati per preservarne l'anonimato, descrivono il meccanismo dei crimini di Israele a Gaza dal 7 ottobre 2023. Ricorrono infatti all'intelligenza artificiale per generare elenchi di obiettivi di Hamas, intercettano le conversazioni telefoniche dei gazawi e localizzano i sospetti attraverso i loro familiari.
Uno definisce «genocidio» le operazioni da loro condotte. Un altro afferma che possono «uccidere chi vogliono», senza rendere conto a nessuno. Questi militari rivelano anche l'esistenza di quote di vittime civili ritenute «accettabili». L'acronimo NAZA, titolo del film, designa del resto i «danni collaterali», ovvero i civili la cui morte è prevista durante un attacco. Secondo loro, fino a 500 persone sono state uccise per colpire un solo obiettivo e per un obiettivo subalterno si potevano autorizzare 20 NAZA, cioè 20 morti civili. Bertrand Kiefer (vedi riquadro) ha visto il film e lo commenta.
In questo film queste operazioni militari sono raccontate per la prima volta da soldati israeliani, ovvero dagli stessi esecutori. Qual è stata la sua reazione?
Bertrand Kiefer: Sono rimasto sotto shock. Ero anche sbalordito, smarrito e stavo davvero male, come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco. C'è la strana sensazione di aver sentito cose orribili, ma dette con una sorta di calma. È molto strano e molto difficile da afferrare. Ci vuole un po' di tempo per riuscirci, ma poi ci si rende conto che è davvero un grande film.
Assistiamo a una forma di scomparsa dell'umano. L'altro, quello di Gaza, non è più nulla, non è più che un bersaglio.
Il ricorso da parte dei soldati israeliani all'acronimo NAZA per parlare delle vittime collaterali che causano permette loro di non rappresentarsi degli esseri umani. Se ne fa solo un numero, un NAZA. Fa parte del processo?
Sì, assistiamo a una forma di scomparsa dell'umano. L'altro, quello di Gaza, non è più nulla, non è più che un bersaglio. Che si tratti di bambini o di donne, sono numeri. C'è una forma di scomparsa del reale.
Questi soldati che testimoniano sono anche padri di famiglia. Come si può capire che persone ordinarie arrivino a commettere crimini di massa?
È tutta lì la questione. Ci si sente vicini all'interrogativo di Hannah Arendt nel suo libro su Eichmann (Adolf Eichmann, criminale nazista, ndr) e la banalità del male (vedi riquadro). Si avverte in chi testimonia che non sono lontani da una certa consapevolezza dell'orrore che praticano, ma che si rifiutano di vedere chiaro. C'è in loro un certo contegno, una specie di assoggettamento, forse, ma non si sentono né rimorsi né empatia: è davvero agghiacciante.
I soldati sapevano che la casa che bombardavano era piena di bambini. Eppure un soldato dice: «Ci hanno convinti che fosse morale». Come ha potuto il governo israeliano convincerli?
È davvero una cosa molto strana. Si sente che in loro non c'è più coscienza morale, non c'è più dialogo con se stessi. Ora, è il dialogo con se stessi che permette di avere una morale. Sono in un certo senso senza pensiero, assoggettati.
Una testimonianza militare verificata
Gli autori di Naza hanno impiegato tre anni per raccogliere la testimonianza di questi soldati, il tempo necessario anche per verificare le informazioni da loro fornite. Questo film è infatti la prosecuzione di precedenti inchieste condotte dal giornalista Yuval Abraham. Si basa su altre fonti, come il quotidiano inglese The Guardian, il quotidiano americano The Washington Post ma anche l'ONU e Human Rights Watch. CP
In fondo, questi soldati hanno solo eseguito gli ordini…
Sì, ma ordini dati da software. Ai vertici ci sono certamente ordini e una volontà. Detto questo, all'interno di questo sistema ci sono persone di ogni tipo che agiscono non più come esseri umani, ma come robot di fronte a questi software.
Questi soldati non si sentono responsabili. Sono come ingranaggi di un sistema…
Sì, e si percepisce anche che sono molto soli. Se l'esercito israeliano punta sempre più a obiettivi di terrore, è perché non ci sono più osservatori. Non c'è stato nessun giornalista sul posto, il governo ha sempre rifiutato di rendere conto e ha mentito moltissimo. Dunque questa solitudine, quando si aggiungono assoggettamento e deresponsabilizzazione, porta alla barbarie. È anche questo che intende Hannah Arendt quando parla di banalità del male. Non per dire che il male sia banale, ma che in ogni persona, in modo piuttosto banale, può avvenire il passaggio all'orrore.
Eppure oggi in Israele nessuno parla più della questione palestinese, mentre gli attacchi continuano. È negazione?
Sì. Nella popolazione israeliana, non in tutta ma nella sua maggioranza, c'è un'incapacità di autocritica. Non riesce a prendere le distanze e a chiedersi dove siano i suoi valori, dove sia quel sacro che è la vita umana. Certo, non per cancellare l'orrore del 7 ottobre, ma come si può lasciar continuare un simile orrore, se non in un profondo diniego e in un'assenza di autocritica.
Questo film ha provocato una tempesta politica in Israele. I creatori di Naza rischiano di perdere la cittadinanza israeliana. In risposta, hanno deciso di rendere il film accessibile gratuitamente, da novembre, sul sito del quotidiano britannico The Guardian. Secondo lei c'è una responsabilità storica nel vedere questo film?
Sì, e penso che la parola non sia troppo forte, perché si sente bene che, con l'arrivo dell'intelligenza artificiale e di questi software che tendono a diffondersi, si sta definendo una forma di terrore moderno. E questo film è un'ingiunzione a non accettarlo.
fonte: cath.ch/cp/bh/trad. e adattamento catt.ch
Medico, teologo ed eticista
Nato nel 1955 a Ginevra, Bertrand Kiefer ha conseguito dapprima un dottorato in medicina, per poi formarsi in teologia e filosofia delle scienze e infine in giornalismo. Questa combinazione di discipline gli ha permesso di sviluppare un approccio integrato tra scienza, etica e società. Dal 1993 al 2024 è stato caporedattore della Revue médicale suisse. Membro per 12 anni della Commissione nazionale svizzera d'etica in materia di medicina umana, siede oggi in diversi comitati di etica e deontologia universitari in Svizzera. Nel maggio 2025 l'Università di Losanna gli ha conferito un dottorato honoris causa per i suoi contributi multidisciplinari. CP
La banalità del male
Nel suo libro La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Hannah Arendt esplora la banalità del male attraverso il processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori dell'Olocausto. La filosofa e giornalista dimostra che Eichmann non era un criminale nato, ma un semplice ingranaggio di una macchina burocratica cieca, i cui funzionari avevano perso ogni nozione di etica. Eichmann ripeteva di aver soltanto eseguito gli ordini. Arendt sottolinea che persone ordinarie possono rendersi complici di atti orribili senza rendersi conto della propria responsabilità. All'uscita, nel 1963, il libro e l'idea di «banalizzazione del male» hanno suscitato numerosi dibattiti e polemiche.