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Papa Leone: "Amo dell'America la libertà e la capacità di aver accolto migranti da tutto il mondo"

L’eredità di una famiglia costruita dall’incontro tra popoli diversi, il desiderio di tornare presto negli Stati Uniti, il richiamo alla tradizione americana dell’accoglienza e un forte invito a costruire ponti anziché muri. Nell’intervista concessa alle emittenti statunitensi NBC e Telemundo, Papa Leone XIV ripercorre la propria storia personale e familiare, spiegando come le sue origini abbiano profondamente segnato il suo modo di guardare al mondo e al ministero petrino.

“La mia storia familiare mi ricorda che tutti possiamo essere, prima o poi, stranieri in cerca di una casa”, racconta il Pontefice, ricordando come i nonni siano arrivati negli Stati Uniti da immigrati.

Un’esperienza che continua a ispirare il suo sguardo verso chi oggi è costretto a lasciare il proprio Paese.

“I miei nonni arrivarono negli Stati Uniti come immigrati”, osserva. “Ogni persona porta con sé una storia, una speranza e un desiderio di costruire un futuro migliore”. Per questo, aggiunge, “quando dimentichiamo il volto concreto delle persone, rischiamo di perdere anche la nostra umanità”.

Leone XIV ricorda anche una pagina complessa della propria genealogia. “Dal lato di mia madre ci sono persone che furono schiave e persone che furono proprietarie di schiavi”. Una memoria che, spiega, lo invita a guardare alla storia senza rimuoverne le contraddizioni, ma trasformandole in un’occasione di riconciliazione e di rispetto della dignità di ogni essere umano.

Proprio questa esperienza personale porta il Papa a respingere qualsiasi lettura nazionalistica del proprio pontificato.

“Mi considero più il Papa che, solo per caso, è americano”, afferma con decisione. Il suo ministero, sottolinea, appartiene alla Chiesa universale e non può essere identificato con una particolare appartenenza nazionale.

Parlando degli Stati Uniti, Leone XIV non nasconde però l’affetto per il Paese in cui è nato. “Quello che amo dell’America è il senso della libertà, il senso delle opportunità e il fatto che, nel corso delle generazioni, abbia invitato persone provenienti da tutto il mondo a diventare parte di un’unica nazione”.

Per il Pontefice è proprio questa la ricchezza dell’esperienza americana.

“La bellezza nasce quando impariamo a superare le differenze e a riconoscere la ricchezza di ogni essere umano”.

Una società, osserva, cresce quando è capace di integrare culture e storie differenti, trasformando la diversità in una risorsa.

Ai migranti: “Non perdete la speranza”

Da qui anche il suo messaggio rivolto ai migranti. ”Vorrei dire loro di non perdere la speranza. Vivete in modo ordinato, cercando sempre di fare ciò che è giusto. Certamente, se qualcuno ha commesso reati o crimini, non è così che si costruisce una società. Ma dobbiamo imparare a vivere insieme nella pace, senza perdere il coraggio e la speranza”. Un invito che coniuga il rispetto delle leggi con il dovere di non smarrire mai la centralità della persona umana, evitando che il fenomeno migratorio venga ridotto esclusivamente a un problema politico o di sicurezza.

La Pace

Il Papa torna poi sul tema che accompagna fin dall’inizio il suo pontificato: la pace. “La pace non nasce quando una parte impone la propria volontà all’altra, ma quando ci si mette in ascolto reciproco con rispetto e pazienza”, afferma, indicando nel dialogo l’unica strada capace di superare le profonde polarizzazioni del mondo contemporaneo. “La sfida più grande è imparare a riconoscere la dignità dell’altro, anche quando la pensa diversamente da noi. Abbiamo bisogno di persone capaci di costruire ponti e non muri, di favorire l’incontro e non lo scontro”.

In questa prospettiva anche la missione della Chiesa assume un significato preciso. “Viviamo un tempo segnato da guerre, violenze e profonde divisioni, ma proprio per questo il mondo ha bisogno di speranza. Non possiamo arrenderci al pessimismo né pensare che il male abbia l’ultima parola. Ogni gesto di solidarietà, ogni scelta di dialogo e ogni attenzione verso chi soffre contribuiscono a costruire un futuro diverso”.

La responsabilità della speranza

Per Leone XIV la speranza non rappresenta un sentimento ingenuo, ma una responsabilità concreta affidata ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà. “La Chiesa è chiamata a essere vicina alle persone, soprattutto a quelle che vivono situazioni di fragilità, povertà ed emarginazione. La speranza non è ingenuità, ma la certezza che il bene può ancora crescere anche nelle situazioni più difficili.”

Nel corso dell’intervista il Pontefice guarda anche al futuro, lasciando intendere che un viaggio negli Stati Uniti potrebbe non essere lontano. “Mi vedranno là. Proprio oggi stavamo guardando il calendario per i prossimi due anni. Non c’è ancora nulla di definitivo, ma spero davvero di andarci presto”. Sarebbe il primo viaggio nel Paese natale del primo Papa statunitense della storia. Un ritorno che, alla luce delle parole pronunciate nell’intervista, avrebbe soprattutto il significato di riaffermare quella vocazione all’incontro tra popoli e culture che la stessa storia della famiglia Prevost testimonia da generazioni e che Leone XIV continua a indicare come uno dei pilastri del suo pontificato.

fonte: ilfarodiroma/red

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