di Laura Quadri
«San Francesco poeta» (Ronzani editore, 2026) non è una semplice rilettura del Cantico delle Creature di S. Francesco in occasione dell’VIII centenario dalla morte, bensì una proposta innovativa di lettura offerta al pubblico di lettori e studiosi dal professor Pietro Gibellini, che abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del volume.
Professor Gibellini, in “San Francesco poeta” quali elementi nuovi del Cantico ha voluto mettere in rilievo?
Hanno appena ristampato una introvabile riflessione di don Primo Mazzolari sul Cantico delle creature, che si apre con una frase folgorante: «Non tutti i grandi poeti sono santi, ma tutti i grandi santi sono poeti». Leggendola mi sono detto; ecco la ragione per cui mi sono innamorato del Cantico, ecco chiarita in una frase la mia tesi: poesia e preghiera non abitano luoghi diversi, come pensavano critici illustri, da De Sanctis a Croce, e come credono, su rive opposte, i laicisti estremi e i clericali più rigidi. Quel testo di tanti anni fa inaugura la nostra poesia con la P maiuscola; con la sua apparente semplicità, la stessa degli artisti “primitivi”, stimola la mente e il cuore e appare nuovo a ogni rilettura.
Perché ha sentito proprio ora l’esigenza di questa indagine?
Non è stata l’occasione del centenario. Al Cantico dedicai un testo per il ciclo dipinto da Renato Laffranchi, il prete-pittore bresciano che ha inciso profondamente sulla mia vita (2010) e un commento all’enciclica Laudato si’ (2015), poi in paio di studi sedi specialistiche. Quando l’editore Ronzani mi propose i fare un libro per lui, il seme che covava fiorì: e ho cercato di fare un libro che parlasse a tutti, agli specialisti e ai lettori comuni. Direi che è stato Francesco, attraverso intermediari inconsapevoli, a trovare me.
Lei propone inoltre una trascrizione del Cantico più vicina alla possibile pronuncia originaria, distinguendola dalla grafia tramandata dal copista. Se potessimo ascoltare Francesco, che cosa potrebbe sorprenderci rispetto al testo imparato a scuola?
Shakespeare insegna a diffidare di chi è insensibile alla musica. Francesco amava la musica, era un cantautore, un trovatore che al posto dell’amor profano ha cantato l’amor sacro, che non è il suo contrario, ma un suo potenziamento. Le edizioni correnti riproducono la grafia del codice più, antico, dove il suono originale è deformato da latinismi grafici. Io l’ho ripulito, come un restauratore di quadri che toglie polvere e sporco per far risaltare le tinte originali. Risultato? Ii testo è molto più chiaro e moderno: Francesco non diceva cum tucte ma con tutte, non pretiose et belle ma preziose e belle, proprio
come noi. Chi pronuncia il testo come è scritto, pronuncia una lingua inventata e buffa, come quella dell’armata Brancaleone. Le note musicali sono andate perdute, purtroppo: ma forse il destino vuole che ciascuno riempia quel vuoto. Molti musicisti l’hanno fatto; ma ciascuno di noi può farlo, almeno mentalmente, mentre legge i versetti.
Francesco non celebra solo l’esistenza delle cose create, ma la loro bellezza e bontà. Quanto conta questa scelta nella voce poetica personale di Francesco e da dove gli deriva?
Conta moltissimo. Il Salmo cui si ispira, e al quale Francesco rende omaggio, invita numerose creature a lodare Dio, e in tal modo nel esalta l’onnipotenza. Francesco nomina solo le creature essenziali, ma le riveste di aggettivi, ne canta la funzione e la bellezza, e di riflesso presenta un Dio buono e un Dio artista. Il Salmo è un film in bianco e nero, il Cantico è un cortometraggio a colori. In questo modo apre gli occhi a quanti, nel medioevo, eretici e non, vedevano nel mondo materiale il regno del male.
Nel suo studio, i versi sul perdono, sulla sofferenza e sulla morte sono anch’essi decisivi: segnano il passaggio dalle lodi alle beatitudini. Che cosa perdiamo del Cantico quando ci fermiamo alla celebrazione della natura e lasciamo sullo sfondo questa parte finale? E come può cambiare la nostra lettura sapendo che tanta luminosità nasce da un’esperienza di sofferenza?
Se ignoriamo quanto lei dice, riduciamo Francesco a un semplice ambientalista, che guarda a un creato senza Creatore. Se le prime strofe del cantico ricreano l’Antico Testamento, le ultime due guadano al Vangelo. al discorso delle beatitudini. Se furono aggiunte da contingenze biografiche – la riconciliazione tra vescovo e podestà di Assisi, l’avvicinarsi di sorella morte –, erano necessarie per trasformare il primo Salmo in volgare nel primo Salmo cristiano. E commuove pensare che il poeta lodava la sofferenza mentre soffriva, e cantava la bellezza del creato da cieco, con gli occhi della memoria e del cuore.
Lei rilegge il Francesco del canto XI del Paradiso attraverso la personalità di chi ne pronuncia l’elogio, Tommaso d’Aquino. Può soffermarsi su questo aspetto?
Dante, a lungo accecato dall’orgoglio, capì la grandezza di Francesco solo gradualmente: nell’Inferno gli fa fare la figura di ignorante, in Paradiso XI ne esalta la povertà trascurando l’umiltà, solo nel penultimo caso ne capisce la grandezza, ponendolo al vertice della rosa dei Beati, dopo il Battista e prima di Agostino. Ho poi scoperto che Dante concordata con Tommaso sull’origine divina delle stimmate, che molti domenicani credevano un fenomeno inventato o puramente patologico. Dante rispecchia il pensiero di Tommaso, e ne caratterizza lo stile, differenziandolo da quello di Bonaventura. Ma il saggio è molto ampio, indica nuove fonti e propone nuove interpretazioni: Il «gran rifiuto», ad esempio, non l’ha fatto Celestino V, ma il giovane ricco del Vangelo che non ha seguìto Gesù.
Dove risiede, infine, anche per gli uomini e le donne di oggi, l’attualità del Cantico?
In tante cose: nella stupenda semplicità di forma e densità di concetti, nella difesa della matura, nella dignità della donna, nella necessità della pace e della carità. E in tanto altro.
Saveri Snider ha ritrovato e pubblicato da poco su «Humanitas» uno scritto di padre Pozzi intitolato “Attualità di san Francesco”: lo scritto è del 1991, ma vale per oggi, e varrà anche per domani.