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Mar 24 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Papa Francesco: gloria e croce siano inscindibili

    Piazza San Pietro, incastonata tra il saldo abbraccio del colonnato e il soffice manto di un cielo terso, si è idealmente protesa verso l’orizzonte indicato dall’odierno Vangelo: Gesù Cristo, il Signore. Questo sguardo rivolto verso “l’Unto, il Consacrato di Dio”, ha scandito la Messa nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, presieduta da Papa Francesco con il rito di benedizione del pallio per i nuovi arcivescovi metropoliti. Alla celebrazione hanno preso parte anche i cardinali creati nel concistoro di ieri.

    No a trionfalismi vuoti

    Nell’omelia, il Pontefice indica un grande rischio: se si separa la gloria dalla croce restano solo trionfalismi “vuoti di amore, vuoti di servizio, vuoti di compassione, vuoti di popolo”. Indicando questi possibili abissi dell’animo, Papa Francesco sottolinea che “Gesù vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da trionfalismi vuoti”:

    “Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario”.

    Per Francesco occorre “imparare a discernere e scoprire quelle ‘coperture’ personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio”. Non separando la gloria dalla croce, spiega, “Gesù vuole riscattare i suoi discepoli, la sua Chiesa, da una immaginazione senza limiti che non sa mettere radici nella vita del Popolo fedele o, che sarebbe peggio, crede che il servizio al Signore le chieda di sbarazzarsi delle strade polverose della storia”.

    Gesù libera da ogni giogo di schiavitù

    Gesù – aggiunge Francesco – è l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto”. “Unge il morto, unge il malato unge le ferite, unge la speranza”. Ogni giogo di schiavitù – sottolinea il Papa – “è distrutto grazie alla sua unzione”:

    In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano – lì dove si trovava – ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni. Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione.

    "Questo amore misericordioso - afferma Francesco - richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio".

    Non si ascoltino i “sussurri” del maligno

    Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione – spiega Francesco - significa anche “imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo”. "Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca la miseria umana":

    Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei ‘sussurri’ del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione. E dico “sussurri” perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto.

    L'unzione del Signore

    Bisogna inoltre rifuggire «la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. «Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: “unge” il morto, unge il malato, unge le ferite, unge il penitente. Unge la speranza. In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano – lì dove si trovava – ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni».

    Amore fino al martirio

    «Come Pietro – ha continuato Bergoglio - anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo». Francesco ha quindi ricordato il passo successivo del Vangelo, quello in cui Gesù preannuncia ai suoi quale sorte lo attenda a Gerusalemme – sofferenza, morte e resurrezione – perché «l’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il “buon nome”, le comodità, la posizione… il martirio».

    Vaticannews/red

     

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