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  • Il tramonto. Adula - Pastorale Giovanile 2022

    Chiese in calo, fede privata e giovani in ricerca di Dio. Dibattito alla Biblioteca Salita dei Frati

    di Laura Quadri

    Fede, giovani e società contemporanea. Tre temi che, legati assieme, costituiscono una sfida per l’oggi: quale spazio, nelle nuove generazioni, per un credo vissuto, sperimentato e testimoniato? La domanda si pone in un quadro non semplice. L’«Annuario statistico della Chiesa» pubblicato dall’Agenzia Fides ha rivelato un calo in Europa nel 2021 di circa 244 mila cattolici. In Svizzera, a sua volta, stando all’ultima analisi pubblicata dall’Ufficio federale di statistica, nel 2021 circa un terzo della popolazione non si riconosceva in nessuna confessione. Di fatto in Svizzera calano i fedeli delle Chiesa cattolica e riformata. Le persone intervistate, circa 200'000, avevano più di 15 anni. In Ticino coloro che dichiarano di non appartenere ad una religione sono il 30%. Aspetti diversi di un fenomeno studiato di recente nel volume La fede scomparsa (Ed. Morcelliana) dal prof. Adriano Fabris, partecipante sabato scorso, su questi temi, a un dibattito presso la Biblioteca Salita dei Frati di Lugano con Valentina Anzini, già delegata per la Pastorale giovanile diocesana all’assemblea sinodale continentale svoltasi a Praga lo scorso febbraio, e don Emanuele Di Marco, direttore dell’Oratorio di Lugano e docente di teologia pastorale alla Facoltà di Teologia di Lugano.

    I dati emersi dalle statistiche risultano eloquenti. Ma come interpretarli davvero?

    Fabris: «Mi soffermerei anzitutto sui dati dell’agenzia Fides. L’approccio filosofico ci dimostra che il problema non è tanto e solo il venir meno della fede ma anche il fraintendimento di ciò che significa credere. C’è una idea anzitutto di fede modellata sulle esigenze della persona, dell’individuo, una fede ad uso e consumo del credente. Anche chi, statisticamente, si definisce credente, molto spesso è credente a modo suo, secondo una fede fai da te. Il rapporto con l’istituzione è più labile, allentato: si prende, si coglie quello che effettivamente è alla portata, ciò che non scomoda più di tanto e che viene incontro alle esigenze personali. Così la fede non è più coinvolgimento, chiamata, bensì è relazione con se stessi».

    Di Marco: «Le statistiche descrivono i fenomeni in atto ma pochi agiscono. Agisce chi prende in mano questa fotografia, chi cerca di interpretarla, chi si mette in campo. Il libro del prof. Fabris è uno strumento che ci interpella: come agire nella nostra realtà? Ciò che mi viene confidato dai ragazzi in oratorio, oltre a testimoniare della grande libertà con cui oggi sentono di potersi esprimere, conferma alcune tendenze. Dai ragazzi sento ad esempio dirmi: “Io credo ma a modo mio”. Indica che il panorama è cambiato anche tra i giovani».

    Approfondiamo: in che misura i giovani in Ticino sono in questo trend europeo?

    Anzini: «Per i ragazzi che hanno risposto con me, durante le ore scolastiche di religione, al questionario sinodale la Chiesa appare “fredda”, “distante”, “incomprensibile”; troppo distante dalle loro vite. Quanto ai propri compagni di viaggio, e a coloro che hanno avuto un ruolo nell’educarli alla fede, i giovani riconoscono tuttavia l’importanza delle nonne, delle mamme o anche la maestra di religione. Ma un numero considerevole ha anche risposto di non riconoscersi nella comunità dei fedeli. Che Chiesa vorrebbero? Una Chiesa che anzitutto li ascolti senza pregiudizi ».

    Che lavoro fare dunque con loro?

    Anzini: « Durante l’assemblea continentale, abbiamo dedicato un intero pomeriggio con il mio gruppo di lavoro al tema dei giovani e della fede. Eravamo tutti d’accordo su un fatto: la necessità di individuare un modo nuovo di stare con i giovani. Il prof. Fabris nel suo libro lo dice: la fede non è solo trasmissione di contenuti, ma anche testimonianza. È la stessa risposta che ci siamo dati durante il Sinodo. Si tratta di camminare a fianco dei giovani, di stare loro accanto, fare un pezzo di tragitto con loro, fino all’incontro con Gesù. Per noi è l’occasione di essere quello che il mondo e la società forse non gli danno più: un punto fermo, una costante, una presenza che c’è, come Gesù nelle nostre vite».

    Di Marco: « Parto sempre dalla testimonianza dei miei ragazzi. Uno di loro mi ha chiesto una volta una cosa molto seria e drammatica: perché vivere se poi c’è la prospettiva della morte? Me lo ha chiesto un ragazzo di 14 anni. Dietro il dramma di questa frase, c’è la realtà della fugacità delle loro relazioni. I giovani sono abituati a vivere le relazioni affettive e amichevoli in modo fugace e frammentario, senza certezze. Ma non bisogna mai banalizzare nessuna tappa di vita. L’adolescente ha una sua spiritualità e così il giovane o il bambino. Sono ragazzi che vogliono anzitutto raccontarsi. I social che permettono di farlo – se pensiamo alla stories – sono molto frequentati. Il cristianesimo invece propone una storia che è rimasta, è durata lungo i secoli ed è stata altrettanto condivisa. La sfida è fare in modo che la storia personale di ciascun ragazzo si intrecci con questa Storia».

    Quale può essere, alla luce di queste riflessioni, il contributo concreto delle Chiese, anche per una fede adulta?

    Fabris: «L’Occidente è un Paese stanco, vecchio di mentalità, nel senso di aver perso una prospettiva, l’orizzonte di un futuro, di una speranza. Tornare a riflettere sul valore delle tre virtù cardinali – fede, speranza, carità – potrebbe aiutare e alimentare il dibattito. Un altro tema su cui il Papa insiste nei suoi discorsi, e che sento altrettanto fortemente, è quello dell’indifferenza: l’incapacità di individuare, comprendere le differenze, tra uomo e macchina ad esempio. Recuperando per contro il senso dell’umano e la sua capacità unica di avere fede – cosa che le macchine non possono provare – penso si possa recuperare anche un senso religioso ».

    La fede è dunque ancora una risposta valida per i tempi attuali?

    Di Marco: «Il cristianesimo è relazione, non solo con Dio, ma anche con degli amici. La Chiesa è il luogo dell’amicizia, le nostre espressioni di attenzione sono espressione di amicizia. Dopo il Covid, molti ragazzi si sono ritrovati circondati da colleghi, compagni di sport, raramente da amici, figure con cui potersi confrontare, o con cui condividere qualcosa che ti pesa. Questo è sempre meno presente, la pandemia ha mutato i rapporti. Inoltre, i nostri giovani si sono abituati a una grave tragedia umana almeno ogni due anni: oltre il Covid, l’emergenza climatica e ora anche le guerre. Ci vuole qualcuno che freni la sfiducia con la fiducia. Credo che la Chiesa, per riuscirci, debba riproporre anche questo: l’amicizia con Dio, con i fratelli. Che non sia mai troppo tardi dire la bellezza della fede, che non è vecchia, ma è sempre nuova!». 

    L’intero dibattito è stato audio registrato e sarà presto disponibile, in collaborazione alla Fonoteca nazionale svizzera, sul sito ufficiale della Biblioteca: bibliotecafratilugano.ch.

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