di Adriano Fabris *
Nei giorni scorsi, dal 25 al 27 ottobre, si è svolto ad Assisi l’incontro internazionale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio sul tema: Pace disarmata e disarmante. Il meeting è stato celebrato a 40 anni dalla prima, storica edizione che fu promossa da San Giovanni Paolo II e che sempre ad Assisi riunì per una preghiera comune i principali rappresentanti delle religioni mondiali. Anche questa volta si sono ritrovati nello stesso luogo, sotto l’egida di S. Francesco, moltissimi esponenti religiosi, diversi rappresentanti delle istituzioni e della società civile, numerosi studiosi. Questa volta, però, ai momenti di preghiera si sono alternati forum e incontri mirati, volti ad approfondire temi come il disarmo, le migrazioni, la democrazia, la povertà, l’utilizzo pacifico delle nuove tecnologie. Papa Leone, la cui partecipazione era inizialmente prevista, su consiglio dei medici ha rinunciato a essere presente. Ha inviato comunque un importante messaggio, nel quale è stato posto al centro l’impegno di tutte le religioni per la pace.
La differenza fra l’incontro di 40 anni fa e quello di oggi è stata motivata anche dal cambiamento della situazione geopolitica. Nel 1986 il Papa, per impostare il meeting, scelse la formula «stare insieme per pregare». Nel contesto di Assisi ciascuno pregò secondo la propria tradizione religiosa, rispettando i modi di pregare degli altri e tuttavia trovandosi unito a essi da una comune intenzione. Tale approccio costituì un modello che venne proposto per favorire, anche in un contesto laico, la convivenza civile. Non è necessario, infatti, rinunciare alle proprie convinzioni, non bisogna uniformarsi a un modello unico se si vuole vivere insieme: basta avere regole condivise e muoversi verso un comune obbiettivo.
Oggi tale approccio necessita di essere reso ulteriormente concreto e di favorire azioni coordinate, nella società, proprio facendo leva sul valore aggiunto, dal punto di vista della motivazione spirituale, che le religioni sono in grado di apportare. Il dialogo fra esse può aiutare concretamente ad affrontare le difficoltà della convivenza. Sono difficoltà che risultano tangibili anche in molti contesti europei, come mostrano le vicende di questi giorni.
Ecco perché l’evento di Assisi non si è limitato, quest’anno, alla preghiera comune, ma ha visto, da parte di chi vi ha partecipato, l’assunzione di impegni ben precisi. Si è anzitutto rilanciata l’importanza di una conoscenza delle singole religioni, dato che senza reciproca conoscenza un dialogo è impossibile. Si è ritenuto necessario, poi, studiare i modi di promuovere rapporti stabili e pacifici all’interno delle diverse comunità locali, allo scopo di prevenire e di gestire conflitti che possano sorgere all’interno di esse. Si è considerata inoltre la possibilità di promuovere servizi comuni, in ambito sociale, allo scopo di favorire l’integrazione fra culture diverse. Si è infine sottolineata l’importanza di un mutuo, reciproco sostegno che contrasti gli atti di aggressione verso una singola comunità, minacciando la libertà religiosa.
Tutto questo ha alla sua base il riconoscimento della dignità di ciascun essere umano. Nessuna religione può contrastarla o sminuirla, e – allo stesso modo – nessuna religione deve vedersi minacciata in tal senso. Sul nostro versante, sul versante cattolico, questo significa – come già aveva sottolineato San Giovanni Paolo II nel discorso conclusivo dell’incontro del 1986 – che è necessario impegnarsi a essere davvero costruttori di pace. La celebrazione di eventi come quello di Assisi è un contributo appunto in questa direzione.
* professore di Filosofia morale all’Università di Pisa e direttore dell’Istituto di ricerca ReTe all’USI-FTL di Lugano