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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (13 febbraio 2026)
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  • Giovani e adolescenti: la cura, lo sguardo e la stima possono fare la differenza

    di Silvia Guggiari

    C’è un’età nella vita di ciascuno che segna un passaggio dall’essere bambini al divenire adulti. Sono anni per qualcuno che possono essere particolarmente tormentati, segnati da crisi, disagio e difficoltà comunicative. Un recente studio dell’Ufficio Federale di Sanità Pubblica e le analisi di Pro Juventute evidenziano come la quotidianità di un numero crescente di ragazzi dal 2019 sia spesso segnata da ansia e preoccupazioni. Per cercare di capire le cause di questo disagio e come è bene affrontare questo periodo di crescita così complicato, abbiamo fatto alcune domande alla psicologa psicoterapeuta Daria Gianella.

    Dott.ssa Gianella, qual è la causa del disagio adolescenziale?

    Le crisi che emergono in età adolescenziale hanno avuto origine molto prima, addirittura nell’infanzia. Il bisogno di ogni bambino è quello di essere riconosciuto, ognuno nella propria originalità e unicità, e accolto. Quando questo non avviene nella famiglia, piuttosto che a scuola o nella comunità, nel bambino nascono rabbia e delusione che vengono manifestate in adolescenza.

    Come possono le figure educative aiutare ad emergere ogni individuo?

    Scoprire l’essenza e i talenti di ogni individuo è il compito prima di tutto dei genitori, stando con i figli, giocando con loro, orientando sport e attività, per scoprire la loro unicità e per formare il loro cuore. Penso che sia anche lo sguardo degli adulti su questi ragazzi che permette di emergere, o meno. Lo sguardo condiziona tantissimo, sia da quando si è bambini e ancor di più in adolescenza. Lo sguardo degli adulti ma anche dei coetanei può incoraggiare come anche scoraggiare, perché se gli adulti non hanno fiducia in loro, loro non l’avranno in sé stessi. In fondo educare è proprio questo, E-ducere, ovvero «portare fuori» il meglio di loro; ma attenzione, perché l’educazione a 13-14 anni è finita. È a quel punto che deve nascere il rapporto tra l’adulto e la persona che sta costruendo la propria identità e che dunque ha bisogno di sguardi che abbiano fiducia in lei e che vedano in lei ciò che è bello e ciò che lei stessa non riesce a vedere. La nostra responsabilità è quella di non farli mai sentire sbagliati.

    Qual è il modo migliore per comunicare con loro?

    Entrare nel loro mondo, interessarci a loro. Noi ci lamentiamo che i giovani non si interessano al mondo, ma noi ci interessiamo a loro, ai loro interessi, alle loro sofferenze? Io penso che i ragazzi abbiano un potenziale enorme e se non lo riconosciamo tarpiamo loro le ali.

    Noi adulti come possiamo capire e intercettare un disagio che sta nascendo?

    Dobbiamo preoccuparci quando il ragazzo o la ragazza si isola dal gruppo di amici, quando inizia a non avere una comunicazione neanche con gli adulti, quando non vede più il senso di quello che fa. Questi sono campanelli d’allarme gravi. Dalla pandemia, le richieste di sostegno psicologico da parte di adolescenti sono nettamente aumentate: è decisamente l’età che è stata più colpita, perché è mancato il supporto dei pari. Ho notato che alcune ferite se le portano ancora dietro: hanno molte fragilità e molte ansie, sintomi di solitudine e di inadeguatezza.

    Non c’è il gruppo che li sostiene?

    A volte no, oppure devono conformarsi a un gruppo del quale loro non sentono farne parte. Ci sono tanti ragazzi molto soli, che fanno fatica a farsi delle amicizie perché magari vogliono rimanere fedeli a loro stessi, ai loro valori.

    Come possiamo aiutarli?

    Si arriva ad un percorso psicologico quando la sofferenza è tanta e quando gli adulti di riferimento non riescono a dare una mano ai ragazzi. Sicuramente prima si può fare un buon lavoro, aiutandoli ad esempio a trovare un loro contesto, quello sportivo piuttosto che musicale, la parrocchia piuttosto che gli scout. Se come genitori conosciamo i nostri bambini fin dall’infanzia continueremo a conoscerli anche in adolescenza: invece a volte capita che c’è una non cura del bambino e ci troviamo di fronte un adolescente che non conosciamo, che a quel punto è già stato deluso dai genitori e quindi si chiude. È molto importante vivere bene la tappa dell’infanzia, per arrivare a un’adolescenza serena che non vuol dire che non si verifichi la crisi adolescenziale. Ma, seppur in crisi e seppur violenta, la comunicazione non verrà mai meno: è preoccupante quando non c’è per nulla comunicazione, a quel punto dobbiamo chiederci cosa abbiamo sbagliato, perché quel disagio nasce molto prima ed è sintomo di una perdita di fiducia del mondo degli adulti. I ragazzi sono sensibili all'autenticità con cui parliamo loro, il rapporto con loro è recuperabile sé ci poniamo in modo sincero e affettuoso, anche riconoscendo i nostri sbagli ma con speranza nel futuro.

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