di Dennis Pellegrini / catt.ch e catholica/cdt
Il sogno inglese si è infranto mercoledì sera ad Atlanta: l’Argentina ha ribaltato l’Inghilterra 2-1, con le reti di Enzo Fernández e Lautaro Martínez nel finale, e vola nella finalissima di domenica 19 luglio a New York contro la Spagna, già qualificata dopo il 2-0 alla Francia. Ai Tre Leoni resta comunque una partita da giocare: oggi, sabato 18, sfidano proprio i francesi a Miami nella finale per il terzo posto. Ma se il torneo cambia esito partita dopo partita, resta intatta una storia che con il risultato ha poco a che fare: quella della fede pubblicamente vissuta da alcuni dei suoi protagonisti.
In queste settimane di Mondiale è capitato di vedere calciatori che indicano il cielo dopo un gol, si fanno il segno della croce: tra i giocatori inglesi, un piccolo gruppo – ribattezzato dalla stampa britannica «Bible Brothers» o «God Squad» – ha portato alla luce una dimensione spirituale condivisa. Bukayo Saka legge un passo della Bibbia ogni sera e si descrive sui social come «figlio di Dio»; Marc Guéhi, cresciuto in una famiglia dove il padre è pastore, ha scritto «Jesus loves you» sulla fascia da capitano; Eberechi Eze, dopo ogni gol, indica il cielo per restituire il merito a Dio. Momenti di preghiera condivisa nei ritiri, studi biblici prima delle partite: un tessuto comunitario che questi giocatori vivono già nei rispettivi club.
Per alcuni possono essere semplici gesti scaramantici, ma per altri non è solo questo. Il «segno della croce in campo» può avere significati diversi a seconda del contesto e della cultura di provenienza: l'atleta che compie quel gesto apre a una dimensione più alta, a un ringraziamento, una richiesta di benedizione, o anche un segno di umiltà nel comunicare un successo che non è solo attribuito a sé stesso e alle proprie capacità, ma è un dono che uno ha ricevuto e che sta mettendo in gioco.
Sull’altro fronte della semifinale, anche Lionel Messi ha offerto in questo Mondiale una testimonianza di fede tutt’altro che discreta. Prima del torneo, un sacerdote ha benedetto nella Basilica di Nostra Signora di Luján, alle porte di Buenos Aires, un paio delle sue scarpe speciali Adidas, disegnate per quello che dovrebbe essere il suo sesto e ultimo Mondiale. Indossandole il 16 giugno, Messi ha realizzato la sua prima tripletta mondiale contro l’Algeria, e ha accompagnato ogni gol con il segno della croce. Nella conferenza stampa successiva ha affermato di sentirsi già pienamente appagato, riconoscendo nei propri risultati un dono ricevuto più che un merito solo suo.
Due storie diverse – un gruppo di giovani calciatori inglesi e uno dei più grandi fuoriclasse della sua generazione – che raccontano però la stessa cosa: la fede, quando viene vissuta senza reticenze davanti alle telecamere di un evento seguito da miliardi di persone, diventa essa stessa un annuncio. Per la Chiesa, i Mondiali rappresentano un’occasione più unica che rara per intercettare un pubblico enorme ed eterogeneo, che raramente entrerebbe in un luogo di culto ma che si ritrova, magari senza cercarlo, davanti al gesto di un campione che si fa il segno della croce o alla scritta su una fascia da capitano. Non serve un pulpito, quando la testimonianza passa attraverso il gesto quotidiano di chi tutti guardano.