“Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa”. È uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da Papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Il Gruppo in questione, incaricato – sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede - di approfondire “questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali”, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo. È il terzo Gruppo – dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti - a trasmettere il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università. Oggi viene dunque reso pubblico, secondo volontà di Papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi “in spirito di trasparenza”. Sempre il Papa – a cui spetterà la decisione ultima circa gli spunti e le indicazioni contenute nei vari rapporti – ha stabilito che, una volta finito il lavoro, il Gruppo concluda il mandato e venga considerato “sciolto”.
Le intuizioni di Francesco e il profilo di donne nella storia della Chiesa
Per il proprio lavoro, il Gruppo di Studio 5 ha ripreso “alcune intuizioni” di Papa Francesco “sin qui poco accolte”. Si citano infatti le esortazioni Evangelii gaudium e Querida Amazonia e il motu proprio Antiquum ministerium sul ministero del catechista. Nessun riferimento vi è, invece, sul tema delle cosiddette diaconesse: questione giudicata “non matura” e per questo precedentemente affidata dal Papa a due Commissioni presiedute entrambe dal cardinale Giuseppe Petrocchi, la seconda della quale si è espressa lo scorso dicembre con un no alla possibilità del diaconato femminile, senza tuttavia “formulare un giudizio definitivo”.
L’orizzonte sul quale si è mossa l’attività del Gruppo di Studio è stato quello di una analisi “in profondità” del profilo di alcune donne nella storia antica e recente della Chiesa: dalle matriarche dell’Antico Testamento e Maria di Magdala fino a Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen, Francesca Cabrini arrivando alle più recenti Dorothy Day, Maria Montessori e Wanda Półtawska. Tutte donne che “hanno esercitato una vera autorità e un vero potere a favore della missione”, non “legato alla ricezione dell’Ordine sacro”, ma “di grande fecondità per la vitalità del popolo di Dio”.
Molta strada da percorrere
Dalle Consultrici del Gruppo è stato offerto un contributo fondamentale per la stesura del Rapporto, risultato finale di un ascolto “vivo e vivace”, di un discernimento “non statico”, di “un esercizio di mediazione e di ricerca di consensi possibili tra istanze spesso in tensione tra loro”. Nel documento, insieme al caloroso “grazie” a tutte le donne che dall’Amazzonia alle periferie dell’Africa e all’Europa centrale ma anche in Curie, Scuole e Caritas sono “impegnate nel servizio della Chiesa”, ciò che maggiormente si esprime è infatti “un disagio” perché “pur essendosi compiuti molti passi avanti”, “molta strada rimane ancora da percorrere”. Molte donne, infatti, avvertono “disagio” rispetto alla loro partecipazione alla vita delle comunità in cui si trovano, soprattutto se si confrontano con la società civile dei Paesi di appartenenza.
"Disagio"
Nel documento si evidenzia il numero crescente di donne (giovani e meno giovani) che si distaccano dalla Chiesa cattolica o dall’attiva partecipazione alle realtà ecclesiali locali. Insieme a questo, anche la diminuzione di vocazioni alla vita religiosa femminile. Tutto ciò, asserisce il documento, a motivo anche di una “generale crisi di fede”. “Un altro volto del disagio” indicato nel documento è la richiesta sempre più forte, da parte di donne impegnate nell’ambito pastorale o esperte in teologia e diritto canonico, di “rivedere le forme attualmente vigenti della guida della Chiesa per renderle più accessibili alle donne”. Quindi: l’accesso al sacramento dell’Ordine, la possibilità di istituire nuovi ministeri con specifiche caratteristiche, l’opportunità di tenere l’omelia durante le celebrazioni comunitarie e il tema della “presa in carico della gestione di una comunità o di particolari uffici diocesani”.
Cambiare la mentalità
Il Rapporto finale del Gruppo 5 chiede poi il superamento di una “impostazione di pensiero e di comportamento” diffusa nella mentalità ecclesiale identificabile come “clericalismo” o “maschilismo”. Cioè “atteggiamenti relativi alla gestione del potere e della parola che creano diffidenza e, non da ultimo, distanza nell’universo femminile”. Il problema si avverte anche nell’adozione, da parte del clero e di alcuni laici, di “un codice linguistico” che identifica il “femminile” solo con caratteristiche quali “dolcezza, rassegnazione, docilità, debolezza”, oppure esclusivamente “con ruoli appartenenti alla sfera familiare”. Come già nella doppia sessione del Sinodo sulla Sinodalità, viene perciò ribadita la raccomandazione a “prestare maggiore attenzione al linguaggio e alle immagini utilizzate nella predicazione, nell’insegnamento, nella catechesi e nella redazione dei documenti ufficiali della Chiesa, dando maggiore spazio all’apporto di donne sante, teologhe e mistiche”.
Ostacoli nel riconoscimento dei carismi e della vocazione
Bisogna “riconoscere che le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa, a scapito del servizio alla comune missione”, recita poi un altro passaggio del Rapporto finale. Questo nonostante le donne – come viene evidenziato – abbiano dato forte impulso alla missione della comunità cristiana: prime testimoni della fede nelle famiglie, attive nelle piccole comunità e nelle parrocchie; impegnate in scuole, ospedali e centri di accoglienza, a capo di iniziative di riconciliazione e di promozione della dignità umana e della giustizia sociale, presenti nella ricerca teologica e nelle istituzioni legate alla Chiesa. “È necessario – si legge - che tutto questo apporto delle donne alla vita della Chiesa possa trovare modo di realizzarsi più pienamente nel nostro tempo, incoraggiando le donne nel loro servizio alla missione della Chiesa ed anche scoprendo nuove forme di partecipazione alla guida della stessa”.
Nessuna concessione
La questione donne è, secondo il Gruppo 5, “un segno dei tempi”. Ciò che si domanda è perciò un “cambiamento di mentalità, a tutti i livelli della Chiesa”, prima ancora di parlare di “ruoli”. Anzitutto bisogna superare la concezione della partecipazione attiva delle donne alla vita e alla guida della Chiesa come di una “concessione” da parte dell’autorità gerarchica. “In questo modo, si possono prendere le distanze da un piano di mera funzionalità e supplenza, essendo le donne titolari di un diritto in tal senso, in quanto battezzate e detentrici di carismi, dando quindi la precedenza all’ordine dell’essere rispetto a quello del fare”.
Il Gruppo 5 sottolinea, in tal senso, l’importanza di “descrivere il ruolo delle donne nella vita della Chiesa a partire dalla realtà nella sua integralità, illuminata dalla fede, superando una visione limitata ad alcune caratteristiche, come la maternità, la tenerezza o la cura, che tolga spazio ad altre qualità femminili ugualmente rilevanti, come ad esempio le doti di leadership e di consiglio, le capacità di insegnamento, di ascolto o di discernimento”.
Archetipo mariano
In quest’ottica, i membri del Gruppo di Studio propongono di “riconsiderare l’archetipo mariano dei ruoli femminili nella Chiesa, in particolare un certo modo di presentare la figura di Maria”. E cioè di spostare l’attenzione su aspetti di Maria che non siano la sola maternità, bensì “il suo ruolo di testimone, di donna riflessiva e interrogante, pienamente inserita nelle gioie e nei dolori del suo popolo, senza contare il fatto che, con ogni probabilità e come testimoniato da Atti 1,14, ella sia stata un punto di riferimento per la prima comunità cristiana radunata in preghiera dopo l’Ascensione di Cristo”.
Si chiamano dunque in causa teologia e Magistero perché si mettano in gioco “interagendo con la storia concreta delle persone”, evitando “la tentazione di dare risposte preconfezionate”, ma offrendo “una parola che tenga conto dei problemi reali e sia condivisa e frutto di una ricerca comune”.
Le nomine femminili in Curia
Nella parte conclusiva, il Rapporto finale analizza poi i pontificati di Francesco e Leone XIV: il primo con le nomine di donne in posti rilevanti per la Curia Romana; il secondo che, con le sue prime decisioni, sembra proseguire su questa linea. Questo dei due Pontefici “è un modello che deve far riflettere” e che dovrebbero seguire anche tante Diocesi particolari così da costituire un vero “progresso ecclesiale”, sottolinea il Rapporto.
Sempre in tema di nomine femminili, si analizza la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium sulla Curia Romana, in cui viene specificato che “qualunque fedele può presiedere un Dicastero o un Organismo, attesa la peculiare competenza, potestà di governo e funzione di quest’ultimi”. Ci sono uffici che richiedono, sì, l’Ordine sacro, ma quest’ultimo “non esaurisce in sé tutte le possibilità della ministerialità”. “Non si deve pertanto discutere la possibilità per una donna di ricoprire l’ufficio di capo di un Dicastero o di altro Organismo vaticano. Si tratta, infatti, di una realtà, prevista da una Costituzione apostolica”, afferma il Gruppo 5. E in un altro passaggio evidenzia l’arricchimento che la creazione di maggiori spazi di partecipazione femminile in ruoli istituzionali porterebbe ai processi decisionali grazie anche a “prospettive diverse”. Si citano esempi “lodevoli” in tal senso, come le Diocesi francesi che vedono la figura di una “delegata generale” o “delegata episcopale” o le regioni amazzoniche in cui le donne guidano l’attività pastorale delle comunità, oltre a esercitare il ministero della Parola e dell’Eucaristia. In alcune realtà, tuttavia, questi passi sono “difficili da compiere” e richiedono “una vera e propria trasformazione culturale, cioè di mentalità”.
Nuovi spazi di responsabilità
La proposta del Gruppo 5 è dunque di ridefinire ambiti di competenza così da “aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa”. In linea generale, ciò che si riafferma è quanto già messo nero su bianco nel Documento finale del Sinodo sulla Sinodalità, ovvero che “non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa”.
fonte: vaticannews