di Gino Driussi
Alla fine del 2025, Stefano D’Archino ha concluso il suo mandato di pastore della Chiesa evangelica riformata di Bellinzona e dintorni. Di origini romane, D’Archino, 64 anni, ha studiato teologia e matematica nella capitale italiana e ha lavorato come informatico. Dopo aver svolto alcune mansioni nella Chiesa valdese in Italia, dal 2002 al 2018 è stato pastore in Bregaglia per la Chiesa riformata grigionese, in cui è stato ordinato. Nel 2019 si è trasferito in Ticino.
Stefano D’Archino, che bilancio trae dai 7 anni in cui è stato pastore a Bellinzona?
La fase del Covid ha rappresentato una notevole battuta di arresto nella vita comunitaria. Durante le restrizioni abbiamo reagito con iniziative online e poi con altre successive, ad esempio iniziando a parlare di un rinnovamento, che voleva superare l'impasse in cui ci eravamo venuti a trovare dopo la fine della fase dell'emergenza acuta, oppure organizzando viaggi e ritrovi. Abbiamo notato, quindi, con piacere un certo ritorno alla centralità del culto domenicale.
Dal 2022 lei ricopre la più alta carica in seno alla Chiesa evangelica riformata nel Ticino, la «CERT», quella di presidente del Consiglio sinodale, cioè dell’esecutivo, carica che manterrà fino al prossimo mese di maggio. Che cosa ci può dire di questa esperienza?
È stata un'esperienza veramente faticosa, a causa dei numerosi problemi amministrativi inattesi che abbiamo dovuto affrontare. Questo ha tolto energie al processo di rinnovamento e a nuove visioni. Comunque, siamo riusciti a mettere in funzione un sistema di prevenzione degli abusi già prima che scoppiasse un caso eclatante nella Chiesa cattolica ticinese e addirittura in anticipo rispetto alle altre Chiese cantonali. Questo ha portato una certa soddisfazione.
I protestanti in Ticino sono una minoranza che si va assottigliando. Attualmente costituiscono circa il 4 per cento della popolazione. La sua Chiesa, come peraltro quella cattolica, vede diminuire il numero dei suoi fedeli e subisce il cosiddetto fenomeno della secolarizzazione, particolarmente diffuso in Occidente. Questo la preoccupa?
Non mi preoccupa, in quanto il capo della Chiesa, Gesù Cristo nostro Signore e Salvatore, provvederà sempre alla sua Chiesa. Veder diminuire il numero dei nostri membri è ovviamente preoccupante per le strutture che abbiamo e anche per le attività che conduciamo con i bambini, i giovani e fino agli anziani. Serve un certo numero, una «massa critica» per organizzare attività e mantenere continuità. D'altra parte, avere meno membri, ma magari più motivati e coesi può far bene per portare il messaggio evangelico nel nostro Cantone con efficacia.
Nel 2025 la «CERT» ha festeggiato un importante anniversario: i 50 anni del suo riconoscimento da parte del Cantone come corporazione di diritto pubblico, al pari della Chiesa cattolica. Che cosa ha significato questo evento?
Questo anniversario ci ha ricordato la nostra responsabilità a livello cantonale verso tutta la società. Non siamo solo un gruppo con interessi comuni, ma il nostro agire viene riconosciuto come positivo verso le persone che vivono nel Cantone. E la dimensione spirituale, presentata in modo aperto e senza proselitismo, è importante per la vita sociale e direi anche politica.
Lei ha sempre dimostrato un grande interesse per l’ecumenismo. Mentre sta per concludersi la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, come valuta le relazioni ecumeniche che ha avuto in Ticino, in particolare con la Chiesa maggioritaria, cioè la Chiesa cattolica?
Ci sono state reazioni di tipo opposto. Con molte persone cattoliche e sacerdoti c'è stata fin da subito un'ottima collaborazione, con la consapevolezza che l'ecumenismo è irreversibile e che le differenze, che l'ecumenismo non vuole abolire, sono arricchenti. Quindi si è non solo organizzato, ma ci si è trovati e si è ragionato insieme. Dall’altra parte c'è stato solo silenzio, come se non esistessimo.
Chi sarà il suo successore alla guida della Chiesa evangelica di Bellinzona e dintorni?
L'assemblea della nostra comunità ha individuato in Tommaso Manzon la persona che prenderà il mio posto come pastore di lingua italiana. È un giovane che saprà dare il suo contributo per il nostro rinnovamento. Inizierà a tempo pieno solo al sopraggiungere dell'estate, ma nel frattempo condurrà vari culti, insieme ad altri sostituti. E nei primi anni completerà la formazione richiesta per le Chiese svizzere.
Per concludere, cosa farà Stefano D’Archino adesso che è in pensione? Continuerà ad abitare a Quinto?
Sì, continuerò ad abitare a Quinto e quindi resterò in Ticino. Oltre a fare il nonno, molto di più di quello che abbia potuto finora, ho intenzione di scrivere un libro su uno dei temi sui quali sono più preparato: fede e scienza. Poi ho varie idee, ma vedrò man mano, se il Signore mi assisterà.