di madre Cristiana Dobner*
Coglie sempre di sorpresa constatare che un qualche cosa nel nostro fisico non funzioni.
L’istinto sarebbe di ritenerlo un falso allarme e tentare di evadere il problema. Quanto meno di tenerlo riservato e gestirlo in proprio, celando tutto.
Papa Leone ha optato per la direttissima: annunciare apertamente la sua realtà. Esplicito, senza finzioni.
Non è stato un annuncio gioioso, allegro, ma, vista e considerata la sua espressione colta dalle telecamere, certamente innervato di abbandono fiducioso.
Ora sta a noi. Inutili i pensieri che si accavallano… Come andrà? Sarà proprio così semplice? Utile invece la nostra partecipazione di figli che guardano al Padre e si dicono: noi non lo lasciamo da solo, gli stiamo vicino.
Alzare lo sguardo al Padre che è nei cieli con l’implorazione, silente e vigile, del nostro cuore significa far scendere su Leone la rugiada che cura, rasserena, guarisce.
Augurargli quella pace e quella distensione che agevolano la guarigione, che fanno percepire come le mani dei chirurghi, abili ed esperti, siano, nel tempo e nella storia, espressione delle mani del Creatore che guarisce e consola. La Liturgia delle ore che scandisce il nostro vivere con la Chiesa e nella Chiesa ha sempre presenti tutti i malati, tutti i bisognosi di attenzione, tutti coloro che cercano Dio e non lo trovano o lo negano. La nostra preghiera liturgica conosce un aspetto che la rende maestosa e luminosa: è dono che scende a noi dall’alto: tutti i viventi nel Vivente, nell’amore trinitario, inneggiano, lodano e intercedono.
Leone non vorrebbe che tutti i viventi si riversassero solo su di lui, ma certamente vuole che tutti i pellegrini sulla terra insieme si sentano scortati e aiutati a volgere lo sguardo al Padre misericordioso.
Uniti tutti insieme: noi nella storia, i nostri viventi nella Luce del Volto dell’Altissimo, intercedenti e fiduciosi.
*carmelitana
fonte: sir